virginia raggi, il bilancio di un anno

Nomine, debito, partecipate: un anno di Raggi tra poche luci e molte ombre

di Manuela Perrone


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Virginia Raggi, sindaca di Roma

6' di lettura

«Lavoreremo per introdurre un nuovo alfabeto e parole come merito, trasparenza, legalità, solidarietà dopo anni di buio e di abbandono». Era il 7 luglio 2016 e la sindaca grillina di Roma, Virginia Raggi, lo annunciava nel suo discorso di insediamento. A un anno dal ballottaggio che la ha incoronata prima cittadina con il record del 67% dei consensi, si è autopromossa con un bel sette e mezzo. Eppure, a giudicare dai sondaggi circolati negli ultimi giorni, i cittadini non sono affatto d’accordo. Nessuno si aspettava miracoli in una città ferita da Mafia Capitale e gravata da un debito monstre di 12 miliardi di euro. Ma l’operato della giunta pentastellata ha deluso, proprio perché di quel nuovo alfabeto non ci sono quasi tracce. Vuoi per gli inciampi sulle nomine e la scarsissima trasparenza – costati alla sindaca due avvisi di garanzia su cui oggi si è pronunciata la procura di Roma con la notifica di chiusura indagini, preludio del rinvio a giudizio – vuoi per l’assenza di svolte nei due settori chiave per i servizi: trasporti e rifiuti. Vuoi per il fiancheggiamento ai tassisti e agli ambulanti, per i quali è stato varato un regolamento controverso, in ottica “no Bolkenstein”.

Promesse mantenute/ Bilancio in porto entro i termini di legge
Al suo attivo la sindaca Raggi vanta il bilancio di Roma Capitale chiuso dopo anni entro i termini di legge, ovvero entro il 31 gennaio scorso, dopo un botta e risposta con l'Oref, l’organo di revisione contabile del Campidoglio. Una manovra cauta da 5,38 miliardi con investimenti per 577,7 milioni nel triennio 2017-2019 (sempre un terzo rispetto a quelli previsti nelle grandi capitali europee, come Roma e Parigi), accompagnata dall’approvazione in extremis di una serie di delibere sui debiti fuori bilancio, pagati per circa 100 milioni grazie alla maratona di fine anno per impegnare al massimo i 137 milioni di spazi di finanza riconosciuti dal Mef per il 2016. Che si aggiungono ad altri 60 milioni previsti dalla legge di bilancio dello Stato 2017 e a 15 milioni concessi dal governo ai comuni che hanno varato il bilancio entro fine gennaio.

Promesse mantenute/ No alle Olimpiadi, sì allo stadio
Dopo il “no” alle Olimpiadi, in linea con le promesse in campagna elettorale, la giunta grillina ha invece incassato – non senza sofferenze interne e proteste della base – il via libera al progetto dello stadio della Roma a Tor Di Valle. Diverso da quello originario: le cubature del Business Park sono state ridotte di oltre il 50%, con l'addio alle tre torri di Libeskind e il disco verde a edifici più bassi che saranno realizzati secondo alti standard energetici. L'investimento dei privati scende dunque sotto il miliardo di euro, con 120 milioni di euro destinati alla costruzione delle opere pubbliche legate all'arena: la messa in sicurezza del Fosso di Vallerano (la zona è a rischio idrogeologico), il potenziamento della ferrovia Roma-Lido, il raddoppio della Via del Mare, due ponti ciclopedonali sul Tevere, un parco fluviale. Saltato, invece, il ponte carrabile. Si deve valutare se lo stadio potrà contare sul progetto del Ponte dei congressi, distante 800 metri, e già finanziato dal Cipe. La nuova delibera di pubblica utilità sullo stadio è stata approvata dall'assemblea capitolina la scorsa settimana: adesso dovrà ripartire la conferenza dei servizi.

Promesse mantenute/ La “pax” con i 23mila dipendenti comunali
Particolare attenzione è stata riservata dalla giunta Raggi a ricucire i rapporti lacerati con i sindacati dei 23mila dipendenti capitolini. Il lavoro del delegato al Personale della sindaca, Antonio De Santis, è stato certosino e fruttuoso. A novembre si è riusciti a sbloccare la partita del salario accessorio, andata in tilt dopo la distribuzione di premi a pioggia da 340 milioni in epoca Alemanno e l’esplosione del caso durante l’era di Ignazio Marino. L’escamotage per pagare la quota B del salario accessorio relativa al 2015 è stato trovato nelle pieghe del decreto legge “salva-Roma”, recuperando i pagamenti considerati indebiti attraverso i 440 milioni di risparmi di spesa previsti dal piano di riequilibrio triennale. Lo scorso maggio è arrivato il secondo risultato della ritrovata “pax” con i lavoratori del Campidoglio: la sigla del contratto decentrato, che vale 157 milioni di euro e premia la cosiddetta “produttività di struttura” accanto alle performance dei singoli.

Promesse mancate/ Quel pasticciaccio brutto delle nomine
La prova peggiore di Virginia Raggi è stata quella sulle nomine, a dispetto dei proclami iniziali su merito e trasparenza. I primi mesi sono stati un braccio di ferro contro tutto e tutti, compresi i vertici del M5S, per difendere i compagni della chat “Quattro amici al bar”: l’allora vice capo di gabinetto Raffaele Marra, poi spostato a capo del Personale e infine arrestato a dicembre per una vicenda di presunta corruzione che risale al 2013; l’ex capo segreteria Salvatore Romeo, indagato con la sindaca per abuso d’ufficio in relazione alla sua stessa nomina, grazie alla quale si è visto triplicare lo stipendio; l’ex vicesindaco Daniele Frongia, oggi assessore allo Sport con delega ai rapporti con l’assemblea capitolina. Tutelare a spada tratta i suoi fedelissimi è costato caro alla sindaca: ha perso il 1° settembre i primi due pezzi da novanta della giunta, l’ex superassessore a Bilancio, Patrimonio e Partecipate Marcello Minenna, e la capo di gabinetto Carla Romana Raineri. E ha ricevuto i due avvisi di garanzia per la nomina di Romeo e per quella di Renato Marra, fratello di Raffaele, a capo della Direzione Turismo, poi revocata. Con Minenna e Raineri, quello stesso giorno, si sono dimessi i vertici di Atac e l’amministratore unico di Ama. Da dicembre in poi, la sindaca è stato di fatto commissariata dai diarchi del M5S, Grillo e Casaleggio, che hanno “suggerito” l’assessore alle Partecipate, il veneto Massimo Colomban, la titolare dell'Ambiente, Pinuccia Montanari, accorsa da Genova dopo le dimissioni forzate di Paola Muraro, come il city manager Franco Giampaoletti e il segretario generale del Campidoglio Pietro Paolo Mileti. Nel frattempo si è dimesso tra le polemiche e i veleni anche l'assessore all'Urbanistica Paolo Berdini, sostituito da Luca Montuori. Mai arrivati i nuovi nomi per le caselle di capo di gabinetto e di capo segreteria.

Promesse mancate/ Partecipate senza piano, i nodi trasporti e rifiuti
Era stato annunciato per la primavera, poi per fine maggio, adesso «per i prossimi mesi» il piano di riordino delle società partecipate di Roma Capitale, galassia da quasi 40 enti gravata da 3,2 miliardi di debiti. L’assessore Colomban ha annunciato una razionalizzazione che dovrebbe portare il numero delle società a 10-12. Intanto, però, sono tornati i Cda che erano stati sostituiti dall’amministratore unico. Delle sei società in liquidazione, in questi mesi ne sono state chiuse due: Servizi Azionista Roma e Centro Ingrosso Fiori. A breve dovrebbe toccare a Roma Patrimonio Srl, Azienda Comunale Centrale del Latte, Associazione Roma Energia. Per quanto riguarda le dismissioni, Atlantia ha presentato un'offerta vincolante di 48 milioni per l’1,33% di Adr. La giunta sta predisponendo i bandi per cedere il 6,72% di Centrale del Latte Spa, e il 3,53% di Acea Ato 2 Spa e si stanno valutando le strategie per le altre partecipazioni minoritarie. La “grande malata” (parole di Colomban) resta Atac, la partecipata dei trasporti. Che sconta un debito di 1,3 miliardi e un parco mezzi da sostituire per il 40% (servirebbero 500 milioni). Guasti e ritardi sono all’ordine del giorno, la rete rimane più che sofferente. Non va meglio sul fronte rifiuti: Ama conta 1.470 mezzi da rimpiazzare, 600 milioni di debiti, impianti vetusti e oltre a circa 1.900 inabili al lavoro su circa 8mila dipendenti. Il piano “materiali post consumo” presentato dalla giunta, che scommette sull'aumento della raccolta differenziata dall’attuale 43% al 70% entro tre anni, non basta a fronteggiare le emergenze cicliche. Mentre l’amministrazione dice “no” a discariche e inceneritori, gli impianti di Roma non sono sufficienti a chiudere il ciclo dei rifiuti in città: si dipende da terzi, privati italiani ed esteri.

Promesse mancate/ Nessun audit sul debito
Nessuna soluzione, infine, sul fronte del debito pregresso da 12 miliardi di euro in capo alla gestione commissariale guidata da Silvia Scozzese. La promessa di un audit, sbandierata in campagna elettorale, è rimasta lettera morta, visto che il Campidoglio non ha poteri. Secondo l’ultima relazione di Scozzese, il 60% dei creditori commerciali, per un importo di circa 2 miliardi, è riferito a soggetti non identificati. Mancando una massa passiva definita e certa, risulta inficiata sia la quantificazione definitiva del debito sia l’obiettivo del superamento della gestione commissariale. Alla quale anzi Colomban chiede di spostare anche ulteriori 3 miliardi del debito delle partecipate. Il risultato è che i romani continuano a pagare l’addizionale Irpef più alta d’Italia.

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