la partita europea

Nomine Ue, niente intesa dopo maratona di 18 ore. Paesi dell’Est contro Timmermans

Dal nostro corrispondente Beda Romano


Martedi' a Strasburgo debutta il nuovo Parlamento Ue

3' di lettura

BRUXELLES – Dopo 18 ore di negoziato, il vertice europeo dedicato alle nomine ai nuovi vertici comunitari è stato sospeso per l'enorme difficoltà a trovare un accordo. Riprenderà martedì alle 11, sempre qui a Bruxelles. La proposta di designare il capolista socialista olandese alle ultime elezioni europee, Frans Timmermans, alla presidenza della Commissione europea ha spaccato il partito popolare e mostrato una nuova drammtica crepa tra l'Est e l'Ovest dell'Europa.

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«Dobbiamo cucire insieme numerosi fili – ha detto in una conferenza stampa la cancelliera Angela Merkel -. C'è bisogno di tempo. La situazione è complicata». A memoria di giornalista, il summit di ieri pomeriggio, questa notte e questa mattina ha superato in durata le 17 ore di vertice che nel 2015 hanno permesso alla Grecia di evitare il tracollo. Ad alcuni diplomatici un rinvio appariva già chiaro nelle prime ore della mattinata, ma Berlino e Parigi hanno voluto insistere nel trovare un accordo.

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«È stato un fallimento e abbiamo dato una pessima immagine dell'Europa», ha detto dal canto suo il presidente francese Emmanuel Macron. «La vicenda nasconde profonde divisioni politiche tra i popolari e anche profonde divisioni geografiche (…) La Francia ha lavorato tutta la notte per trovare un accordo senza impuntarsi su uno schema specifico (…) È mancato intorno al tavolo il desiderio di difendere l'interesse generale dell'Europa».

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    A complicare le cose è stata in primis la candidatura di Frans Timmermans alla guida dell'esecutivo comunitario, una candidatura sostenuta a Osaka da Germania, Francia, Olanda e Spagna. Secondo un diplomatico, «una decina di paesi» si sono opposti a questa nomina, prevalentemente popolari dell'Est, a iniziare dalla Polonia («candidato che divide», ha detto il premier Mateusz Morawiecki) e dall'Ungheria («errore storico», secondo il primo ministro Viktor Orbán).

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    In un primo tempo, il presidente Tusk aveva anche tratteggiato una possibile distribuzione delle cariche, che non si è rivelata realistica. Il compromesso sostenuto da Berlino, Parigi, L'Aja e Madrid prevedeva la nomina della popolare bulgara Mariya Gabriel ad Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza, del liberale belga Charles Michel al Consiglio europeo e del popolare tedesco Manfred Weber alla presidenza del Parlamento europeo.

    Successivamente, è corsa voce questa mattina di un altro possibile quartetto che confermava Frans Timmermans alla Commissione e Manfred Weber al Parlamento, la popolare bulgara Kristalina Georgieva al Consiglio europeo e lo stesso Michel in quanto Alto Rappresentante. Ha confermato la signora Merkel: «Non siamo andati al voto perché nessun candidato avrebbe avuto la maggioranza». Il margine, peraltro, sarebbe stato molto esiguo, tale da creare nuove tensioni.

    Non solo Frans Timmermans è socialista, ma è stato anche in prima linea nel procedere contro Varsavia e Budapest per dubbi sullo stato di diritto. Nei fatti, Berlino ha abbandonato l'idea che il capolista popolare Weber diventi presidente della Commissione, sconcertando molti paesi di centro-destra. È emersa una drammatica spaccatura tra un Nord-Ovest favorevole a Frans Timmermans e un Sud-Est possibilmente contrario (in Italia anche il vice premier Matteo Salvini ha espresso dubbi).

    A molti osservatori la signora Merkel è parsa aver perso “il tocco magico” con cui ha gestito gli affari europei in questi anni. Le ragioni delle difficoltà a far quadrare il cerchio sono numerose. Non solo popolari e socialisti non hanno più la maggioranza nel Parlamento europeo, ma l'Europa politica è sempre più divisa in blocchi regionali. Molti governi sono minoritari, altri sono influenzati da partiti profondamente euroscettici, altri ancora hanno coalizioni talmente ampie da rendere le loro posizioni molto incerte.

    In questo senso, il Consiglio si è confermato l'annello debole nella catena istituzionale dell'Unione, segnato da interessi nazionali ma anche partitici che in questa occasione hanno portato allo stallo. «Per anni – analizza un esponente comunitario - Francia e Germania hanno fatto gli accordi dietro le quinte, trovando l'appoggio poi di Italia o Spagna. Il fallimento del vertice rivela che questo metodo è ormai respinto dai piccoli e medi paesi. Stiamo assistendo alla madre di tutte le rappresaglie».

    La nomina del presidente della Commissione europea avviene a maggioranza qualificata rafforzata (72% dei paesi e 65% della popolazione). I paesi di Visegrad, i più critici nei confronti della candidatura di Frans Timmermans (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), insieme a Irlanda, Cipro, Romania, Croazia e Lettonia avrebbero il potere di bloccare una proposta di Donald Tusk. Il presidente designato deve ottenere il consenso del Parlamento europeo, che mercoledì eleggerà il suo presidente.

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