A TU PER TU

«Non c’è fiducia nelle istituzioni ma la politica sembra non capirlo»

Pensava di fare il filosofo del Rinascimento, ma da 30 anni Tano Grassoè il simbolo della ribellione contro il racket. Tra Napoli e Capo d’Orlando riflette sulla mancanza di denunce al Nord e sui rischi dell’era Covid

di Raffaella Calandra

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Tano Grasso (Imagoeconomica)

6' di lettura

Un sospiro. Un silenzio. Poi tre sillabe. «Terrore», sussurra Tano Grasso. Per due volte, il presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket smorza il sorriso e – affilata la erre da autentico siciliano – pronuncia quella parola.

Lo fa quando descrive la sua Capo d’Orlando di 30 anni fa, prima della rivolta degli imprenditori contro gli estorsori; e quando si proietta nelle incognite del post-Covid. «Avremo i reduci come dopo il primo Dopoguerra, persone – avverte l’ex commerciante filosofo, ex deputato negli anni delle stragi e commissario antiracket – costrette ad assistere alla fine di una stabilità economica faticosamente costruita».

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Ci sono i volti di baristi, ristoratori, negozianti dietro queste cupe previsioni, che restano sospese nei nostri colloqui tra Napoli e Capo d’Orlando, nel messinese. C’è ad esempio Giacomino, «titolare della pasticceria dove prendo il caffè: ha iniziato a 14 anni come garzone; dopo 40, è diventato proprietario. Un salto da una condizione di sottoproletariato a borghesia. Ora rischia di perdere tutto. O i giovani del bar qua sotto, con Università e uffici chiusi, a chi fanno il caffè? E l’affitto non è da poco». Oltre alla sopravvivenza economica, in alcuni contesti è a rischio l’identità sociale.

Nella Napoli non bagnata dal mare; nell’aspra Calabria; tra il cemento feroce del foggiano; o in aree della Sicilia, dove il passato è una lenta emancipazione dai clan e il futuro potrebbe essere un passo indietro. «Il rischio dell’ingresso del capitale mafioso è inversamente proporzionale alla risposta dello Stato: più gli aiuti sono concreti e tempestivi, più si abbassa».

Ora sono veementi, ora scorrono lente le parole di Tano Grasso, scelte sempre con la cura di chi pensava di fare della filosofia del Rinascimento la sua vita. Dall’agosto di 29 anni fa, invece, vive sotto scorta. «Sono uno dei più longevi, ma io devo essere valutato per quanto faccio, non per il rischio che corro».

Un principio, che introduce un tema spinoso, su cui ci proponiamo di tornare nel secondo incontro, quando la telecamera sarà accesa sulla sua casa siciliana. Ora, sono le sirene di Napoli a entrare dal balcone, raddoppiate nel vuoto di Milano alle mie spalle.

Negli spostamenti per il Mezzogiorno, ha registrato crescenti segnali «di rancore. Nella testa del commerciante, c’è la prospettiva del si salvi chi può. L’ho capito un giorno in un pub, faccio notare al cameriere l’assembramento in piazza e lui risponde: ognuno guarda a sé, io devo vivere e se si rischia il Covid, pazienza». È l’homo homini lupus. Ed è «la perdita del senso di comunità: si è spezzata la fiducia nelle Istituzioni, ma la politica non sembra capirlo». A svanire è anche «la condivisione della paura».

Trasformare i timori del singolo nella forza del gruppo era stata l’intuizione, che portò «venticinque commercianti a ritrovarsi di nascosto nella chiesa di Cristo Re e decidere di denunciare i mafiosi. Sono orgoglioso di quanto realizzato, tra indifferenza e ostilità. Casualmente». Un avverbio, che indica una direzione. «Incontrammo il volto migliore delle Istituzioni. Noi vivevamo in un clima di terrore: a sera i boss mettevano le bombe, al mattino arrivavano arroganti nel negozio». Siamo tra il 1990 e il 1991, i corleonesi si preparavano alla stagione delle stragi; Palermo stendeva lenzuoli sui morti ammazzati e Capo d’Orlando, 12mila abitanti e floridi commerci, era contesa tra clan della vicina Tortorici.

Era prima dell’omicidio di Libero Grassi, «ucciso il 29 agosto 1991, perché lasciato solo nel denunciare l’estorsore. Il nostro processo finì con la prima sentenza per associazione mafiosa del messinese e da allora non si sono più ripetute estorsioni a Capo d’Orlando: i boss trovarono più conveniente stare alla larga. Nessuno di noi immaginava cosa sarebbe diventata quella prima associazione, nata il 7 dicembre del 1990».

Oggi sono 50 i gruppi affiliati Fai, centinaia i processi contro Cosa Nostra e camorra; iniziano anche contro ‘ndrangheta e quarta mafia del foggiano, «la principale emergenza ora». In Campania, dove ha la sede, la Fai ha seguito negli ultimi quattro anni 139 parti offese e si è costituita in 84 processi contro 512 imputati.

Nella storia dei movimenti antiracket – a Capo d’Orlando, come a Ercolano, Vieste e Gela – c’è un altro aspetto cruciale: i tempi della Giustizia. «Noi tra gennaio 1991 e giugno 1993, avemmo la sentenza della Cassazione». E quei risultati dirottarono Grasso dallo studio di Giordano Bruno a tutt’altre carte.

Tracce di quella prima vita restano in una litografia con paesaggi toscani, in una sezione della biblioteca e nell’attitudine a «conservare il distacco», riflette, mentre sfiora testi sul pensiero etico di Immanuel Kant. Ma nella sua formazione, c’è un’altra componente: «La militanza negli anni 70 nel Partito comunista, da cui ho acquisito abilità organizzativa e a parlare in ogni contesto». Quando attraversa alcune zone del Sud, avverte il rischio che «molte attività in silenzio possano finire nelle mani della mafia, quelle più credibili, su cui i clan sono pronti a investire liquidità. Non piccoli negozi. È il meccanismo subdolo dell’estorsione: se un commerciante da anni paga un pizzo – spiega – si sviluppa una promiscuità col boss e diventa naturale parlargli delle difficoltà. Il mafioso subito offre soldi, non chiede nulla e non minaccia. Non serve. Da allora, tu cominci a non essere più il proprietario».

È la mafia che «dà pane e morte», come titolò il quotidiano «L’Ora», ricorda a Storiacce di Radio24 Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda. Perché come recita un’intercettazione, «quelli si vogliono prendere tutto, anche la vita».

È più difficile capirlo oggi, rispetto ai tempi in cui i clan ordirono attentati contro l’uomo simbolo di Capo d’Orlando. Un accenno che lui ora fa cadere, dietro il sorriso dell’anonimo marinaio di Antonello da Messina, la cui riproduzione pende sul muro. «Un omaggio a Vincenzo Consolo, che vi dedicò un libro: a lui sono stato legato da profonda amicizia».

Non una parola sui rischi, in sintonia con la linea di sempre: non eroi solitari, ma squadra. E in essa, in un certo senso inserisce anche Leonardo Sciascia, che «ha fatto conoscere la mafia più di quanto processi e cronache possano fare». Decine di volte, si è ritrovato in ambientazioni degne dello scrittore di Racalmuto. Tra reati di colletti bianchi, investigatori pessimisti e vittime non del tutto tali. Sciascia ha visto anche l’avanzata della mafia, con la linea della palma.

E tra le sue pagine c’è la risposta al quesito, su cui Grasso si arrovella: perché a nord mancano le denunce? «La risposta sta nel fatto che le vittime sono a volte borderline, con relazioni solide con la ‘ndrangheta, da cui hanno ricevuto finanziamenti».

Convenienza, dunque, non paura. Anche se quest’ultima è la giustificazione all’omertà, tanto che al processo contro una cosca del varesotto, il pubblico ministero ha chiesto la trasmissione degli atti di 14 vittime per falsa testimonianza. «Non è come 30 anni fa per Libero Grassi, oggi chi vuole denunciare non è solo», ripete. Ma oggi sono altre le insidie. «Bisogna essere ancora più rigorosi, dopo casi di persone che ambivano al bollo dell’antiracket, confidando in un occhio di riguardo delle Istituzioni. È vero invece il contrario». Paladini, rivelatisi tragediatori. «Un’antimafia strumento di potere», come paventava Sciascia.

Mentre muove la telecamera, riconosco tra gli scaffali una mano rossa, logo di Trame, festival dei libri sulla mafia, nato su suo input a Lamezia. Sotto il palmo, un elenco di ospiti, magistrati, poliziotti, imprenditori, giornalisti, «le tante anime dell’antimafia. Che è sempre plurale, guai a ridurla a una sola dimensione! Nascono fanatismo e intolleranze», avverte. Quell’elenco non potrebbe essere riproposto ora uguale, dopo divisioni e scandali. «Si è perso talora il metro della misura e quando la bolla è esplosa, si è perso anche quanto di buono c’era stato». Gli esempi non mancano e hanno toccato anche Confindustria. «L’annuncio del 2007 di espellere chi non denunciava il racket è stata una rottura importante, ma dopo c’è stata eccessiva enfatizzazione, per responsabilità collettiva. Come fu un errore quella sopravvalutazione, così considero un errore il silenzio su un’esperienza che non doveva coincidere con la vicenda di un singolo (Antonello Montante, ex responsabile legalità condannato in primo grado a 14 anni)».

Per introdurre “Storie e dinamiche della mafia” nel corso all’Università di Catanzaro, Tano Grasso parte dai Promessi Sposi, cui dedicherà un saggio. «L’episodio dei bravi sembra un contesto mafioso, ma non lo è, perché non sono autonomi e perché non c’è la rottura dello stato di diritto, nel Seicento di Manzoni quelle prevaricazioni erano accettate». Come ancora troppo spesso è accettata una mafia che porta pane e morte.

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