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Non c’è tempo da perdere, il dopo Draghi è qui

di Donato Masciandaro

(EPA)

3' di lettura

Indicare il nome del successore di Draghi: è questa la prima cosa che i politici europei dovranno fare appena saranno chiuse le urne di maggio. Qualunque ritardo potrebbe solo gettare benzina sui focolai di incertezza e instabilità che caratterizzeranno i prossimi mesi dell’Unione. Un costo che sarebbe pagato da tutta la Ue, ma soprattutto dai suoi membri più esposti ai giudizi dei mercati, cioè l’Italia.

Se quello che affermano i media è vero, la temperatura attorno e all’interno della Bce riguardo le sue ultime decisioni di politica monetaria si starebbe innalzando. Le ragioni di tale surriscaldamento sarebbero sostanzialmente due, tra loro intrecciate: divergenze sulle decisioni prese e da prendere; approssimarsi dell’avvicendamento al vertice, che in autunno vedrà un nuovo presidente prendere il posto di Mario Draghi. Insomma, si direbbe per una azienda, divergenze sulle strategie che si incrociano con incognite di governance.

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Quanto tutto ciò è rilevante per le prospettive dell’economia europea e italiana? Mettere in fila i fatti può aiutare a rispondere alla domanda. Il primo fatto è che oggi la politica monetaria si basa sulla strategia di Ulisse: per essere efficaci bisogna essere credibili, e per essere credibili bisogna legarsi le mani, cioè prendere impegni vincolanti per il futuro. La Bce adotta da quasi sette anni questo approccio, volendo datare come momento iniziale l’oramai famoso «whatever it takes» del luglio 2012, con affinamenti successivi che hanno portato a una strategia che oggi si basa su due tipi di “corde” con cui legarsi.

Il secondo fatto è appunto la natura degli impegni. Da un lato, ci sono le “corde del calendario”: la Bce prende impegni sul futuro indicando delle date di riferimento entro cui - come minimo - tali impegni verranno rispettati. Va ricordato che oggi, nella primavera del 2019, la Bce ha preso impegni vincolanti fino almeno alla primavera del 2021. Dall’altro lato, occorre però evitare che le “corde del calendario” diventino troppo strette, quando l’evoluzione dei mercati e dell’economia propongono fatti nuovi; quindi ci sono le “corde dei dati”, che aiutano a rendere l’impegno della Bce flessibile rispetto alle novità congiunturali. L’importanza di fare attenzione a nuovi dati è emersa in tutta evidenza sempre in questa primavera, di fronte a un inatteso rallentare della crescita economica e dei prezzi. La conseguenza della presenza di due diversi tipi di “corde” implica che la Bce debba sempre ricercare un delicato equilibrio nello stringere e nello sciogliere in modo coerente i due cordami, per avere la migliore flessibilità delle regole. Altrimenti, c’è sempre un rischio dietro l’angolo: l’effetto Delfi, cioè che il legarsi le mani della Bce venga interpretato in modo sbagliato e/o inatteso.

Il terzo fatto è che il rischio Delfi è oggi più alto proprio per la presenza di una crescente incertezza macroeconomica, che nasce al di fuori della Bce. Poiché la natura di tale incertezza è tutta da scoprire, è naturale che all’interno della Bce possa emergere un dibattito su come intrecciare al meglio le due “corde”. Ad esempio, la scelta di allungare il periodo dei tassi ultra-bassi al dicembre 2019 aveva visto emergere una minoranza di “colombe”, favorevole a una estensione fino alla primavera 2020. Allo stesso modo, non c’è da meravigliarsi che la riflessione in corso sugli effetti di tale politica sul sistema bancario europeo, e più in generale sull’economia dell’Unione, possa far emergere posizioni divergenti, sempre tra falchi e colombe.

Il quarto fatto - se si applica la più recente e robusta analisi economica - è che il disegno della strategia di Ulisse da parte della Bce non deve essere influenzato da chi sarà il prossimo Ulisse. Traduzione: occorre evitare che la questione della sostituzione di Draghi incida sulla efficacia della politica monetaria della Bce. La ragione è semplice: il peggior nemico dell’economia europea è l’incertezza; tale nemico può essere particolarmente letale per i Paesi sistematicamente esposti al giudizio dei mercati, come l’Italia. La strategia di Ulisse della Bce può essere un antidoto, ma solo se non viene inquinata dall’incertezza su chi sarà il nocchiero. L’ideale è sapere presto chi sarà il timoniere, perché c’è una rotta già fissata fino al 2021, e il rischio di imprevisti sempre presente. Speriamo che Bruxelles e le cancellerie nazionali ne siano consci.

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