cassazione penale

Non condannabile il detenuto che lascia i domiciliari per andare al pronto soccorso

di Silvia Marzialetti


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(Agf)

2' di lettura

Il detenuto ai domiciliari non può essere condannato quando - dopo aver avvertito i Carabinieri - abbandoni l’abitazione per recarsi al pronto soccorso. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 31592 depositata il 27 giugno.
In virtù di questo principio i giudici della Suprema Corte hanno annullato con rinvio il provvedimento del tribunale di Roma con cui si confermava l’applicazione della «misura intramurale in via di aggravamento» per il detenuto che - senza alcun permesso - aveva raggiunto il pronto soccorso, rifiutandosi di far ritorno a casa.

Il «peso» del tribunale
Nel ricorso presentato in Cassazione, quest’ultimo deduce violazione di legge e vizio di motivazione, accusando il tribunale di non aver valutato la «lieve entità del fatto» considerato che egli, prima di abbandonare l’abitazione, aveva informato i Carabinieri delle sue intenzioni. Motivo per cui - tra l’altro - lo stesso pubblico ministero non è arrivato a chiedere l’applicazione di alcuna misura cautelare personale. A pesare sulla scelta dei giudici è stata però la sentenza emessa nel frattempo dal tribunale di Latina, con la quale l’uomo è stato assolto dal delitto di evasione con formula piena «perchè il fatto non costituisce reato».

I giudici di Cassazione non hanno dubbi: le norme richiamate dalla sentenza di condanna - che invocano una modificazione in senso peggiorativo dello status libertatis - e i principi generali, che governano il sistema di disciplina delle misure cautelari personali, esigono necessariamente il filtro valutativo del giudice.

La valutazione del giudice
In particolare, si legge nella sentenza depositata ieri, è necessario che il giudice del rinvio valuti secondo criteri di stringente necessità la garanzia della utilizzazione dello strumento della restrizione preventiva della libertà personale, secondo il criterio dell’extrema ratio.

«I fatti esigono anche – continua la sentenza - che questi valuti la perdurante adeguatezza della misura applicata al ricorrente alla luce della intervenuta sentenza di assoluzione pronunciata. Il ridimensionamento della situazione che aveva determinato l’aggravamento impone, infatti, una revisione critica delle ragioni poste a suo fondamento, tenendo però anche conto delle residue esigenze cautelari poste alla base dell’originario provvedimento restrittivo».

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