Persone

«Non credo che le ragioni strutturali della centralità di Milano siano svanite»

di Paolo Bricco

(IMAGOECONOMICA)

6' di lettura

«Fuori ne sta cadendo tanta. La neve, però, non attacca. Una nevicata che mi ha fatto lavorare duro è stata nell’inverno fra il 2009 e il 2010. Ero direttore generale del Comune. Rimanemmo a Palazzo Marino fino a notte inoltrata: sembrava che potesse ricominciare, ancora più forte. La neve è sempre stata un gran bel problema per ogni amministratore italiano. Perché devi, prima che arrivi, arruolare gli spalatori, predisporre i mezzi meccanici, fare spargere il sale».

Giuseppe Sala, sindaco di Milano, parla con autoironia di un’epoca aurea per tutti noi. Quando, per chi si occupa di cosa pubblica, uno dei grandi imprevisti poteva essere una perturbazione siberiana improvvisa, con neve e ghiaccio, cittadini infreddoliti e a rischio ruzzoloni, viabilità difficile e pezzi del corpo urbano congelati e semiparalizzati. «Naturalmente, anche prima che si propagasse il Coronavirus, c’erano questioni più impegnative. Ma, certo, per il sindaco e il capomacchina dell’amministrazione, non importa che fossero in una città del Nord o in un paese degli Appennini o del Sud, la grande nevicata è sempre stata una prova con cui misurarsi», dice con un sorriso.

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Con il Covid-19, molte cose sono cambiate. Le parole hanno mutato significato. Le gerarchie si sono rimodulate. Si va compilando un nuovo vocabolario. I fiocchi che stanno cadendo fuori conferiscono come un’aura di poesia e di distanza alle cose. Creano una sensazione di attesa e di sospensione gentile in giorni di paura e di dolore. Oggi si sta componendo una nuova grammatica: del senso e delle priorità, della normalità e del potere, della responsabilità e del governare.

Siamo collegati via Teams, per questa «A tavola con» a distanza. Dalla sua finestra, Sala vede cadere la neve su piazza San Fedele e sulla statua del Don Lisander, come i milanesi chiamano affettuosamente Alessandro Manzoni. Fuori dalla finestra della mia abitazione, ad Arcore, il bianco a terra si scioglie subito. Entrambi ci troviamo, casualmente, di fronte a un piatto di bresaola. Per lui è una situazione classica: spesso mangia così, in ufficio, dai tempi dell’Expo.

Milano è Milano. Un concentrato di energia e di vocazione europea per tutto il ’900 che, dagli anni ’90, è entrata nel network delle global cities, le città che sono andate al di là della loro fisionomia nazionale, hanno creato una connessione con le catene globali del valore, sono diventate gli snodi nevralgici dei flussi di conoscenza e hanno generato un ceto cosmopolita – di manager e di professionisti, di intellettuali e di tecnici – che ha rappresentato la cifra umana della società e della cultura, della manifattura e della finanza internazionale ai tempi della globalizzazione.

Prima del Covid-19, i parametri economici di Milano erano sopra la media italiana. «Non credo che le ragioni strutturali di quella nostra centralità siano svanite – riflette – eravamo su un’onda che ci portava molto in alto. Ma non in maniera smisurata e artificiale. La pandemia ha scombussolato il mondo. La globalizzazione, per come l’abbiamo conosciuta, non ci sarà più. Quante volte, ai tempi di Pirelli o di Expo, ho fatto andata e ritorno con New York in due giorni. Ogni città deve essere ripensata. Ma rivendico l’identità di Milano: la miscela di crescita economica e di capitale sociale. Milano destina 300 milioni di euro ogni anno al welfare, ha riconosciuto diritti civili e amministrativi alle coppie Lgbt e ha una integrazione significativa degli stranieri e degli italiani di origine straniera. La media italiana di queste comunità è pari al 9% della popolazione. A Milano è al 19 per cento. Altrove una quota simile avrebbe prodotto una polveriera di tensioni e conflitti. Da noi, pur con tutte le contraddizioni, prevalgono la coesione e il confronto».

Il Covid-19 è stata una onda improvvisa. Che ha travolto la dimensione pubblica e privata di ognuno. «Sicuramente, come sindaco, all’inizio non ho avuto la giusta percezione. Ma chi l’ha avuta? Nessuno aveva capito la portata storica e la pervasività di questo virus. La scelta migliore, invece, è stata di non rinunciare a stare qui a Palazzo Marino. Io e i miei quattro principali collaboratori siamo sempre venuti in ufficio. Per cento giorni di fila. Senza soste. Per provare a dare risposte ogni giorno diverse, in una situazione drammatica e mai affrontata prima».

Per Milano – come per l’Italia, per l’Europa e il mondo – il futuro è tutto da costruire. La città ha avuto, negli ultimi settant’anni, una vitalità metamorfica: negli anni ’50 il Boom economico e la materialità delle fabbriche, negli anni ’80 il terziario avanzato con l’editoria e le banche e l’immaterialità magica della moda, negli anni ’90 l’ibridazione di tutto questo con il codice della globalizzazione. Ora, l’addormentamento malato del Covid-19. «I capisaldi della nostra città – dice Sala – restano validi. La moda si svilupperà sempre più, oltre che sull’online negli acquisti, anche nella trasformazione dei negozi in showroom. E quale luogo migliore di Milano per questo? Inoltre, la prospettiva strategica è quella della sostenibilità. E le imprese italiane della moda operano da tempo in quella direzione. Per il turismo Milano è l’unico luogo che coniuga l’arte e la modernità, che è fatta di design e di food. Il vaccino sembra imminente. Perché non dovrebbero tornare gli americani e i cinesi?».

Continuiamo il nostro pranzo a distanza. Lui beve, a più riprese, dell’acqua minerale. Io del chinotto. Sul food, nella Milano che come tutte le altre città ha i locali impegnati nell’asporto, Sala ha una esitazione: «Durante l’Expo, che era dedicato all’alimentazione, sono diventato amico di molti dei grandi cuochi italiani, da Carlo Cracco a Davide Oldani. E so bene che il barista o il pasticcere sotto casa è un riferimento nella quotidianità di tutti noi».

Il Covid-19 ha portato alla rottura della barriera del pubblico e del privato. La malattia è diventata una metafora che unisce le memorie intime e i racconti di tutti: «Sono un paziente oncologico. Una ventina di anni fa mi hanno trovato un linfoma non hodgkin. Lo stesso che aveva colpito pochi anni prima mio padre Gino, che se ne è andato in sei mesi a 69 anni. Ogni sei mesi mi sottopongo a un’ecografia, ogni tre faccio gli esami del sangue, ogni giorno prendo nove pillole di integratori, sei al mattino e tre alla sera. Uno dei miei migliori amici è il mio medico curante: è stato intubato per dieci giorni, i ruoli fra noi si sono invertiti, con io che mi sono dedicato a lui preoccupandomi ogni minuto di come stesse e parlando spesso con il primario».

La Lombardia ha sviluppato un avanzato sistema sanitario, che è stato messo a dura prova e ha mostrato non pochi deficit: «La sanità privata non va rinnegata. Ma, nella legislazione, è da rimodulare il tema finanziario del rimborso pubblico ai gruppi privati: una quota vada alla prestazione singola e una quota sia corrisposta, invece, a fine cura. Solo al raggiungimento del risultato finale. Sennò si rischiano l’abuso delle prestazioni e la trasformazione del paziente in una mera fonte di fatturazione per gli operatori della sanità privata».

Lui finisce il suo piatto di bresaola. Io finisco il mio. E taglio una fetta di un salame di un piccolo produttore di Paderno d’Adda, pura Brianza. Sala è cresciuto a Varedo, in Brianza. Suo padre Gino era di Inverigo, in provincia di Como. Sua madre Stefania era del Cremasco. Racconta Sala: «Con il Boom economico, che da noi significava legno e arredo, mio padre aveva aperto una ditta che era cresciuta fino a 35 dipendenti. Grazie a quel benessere misurato, ho potuto studiare. I miei mi hanno iscritto all’istituto tecnico industriale di Desio, con l’idea che poi avrei preso in mano l’azienda di famiglia. Ho passato tutta l’adolescenza a pensare di cambiare scuola. Avrei voluto fare il liceo classico. Per reazione, chiuso nella mia stanza leggevo come un matto. Soprattutto romanzi russi e tedeschi. Ancora adesso ogni tanto riprendo in mano Guerra e Pace. I brianzoli erano delle macchine da lavoro, ma non andavano mai al di là del cancello della loro azienda. Era gente sana, ma allora mi pesava la ristrettezza culturale. Milano e la Bocconi sono stati una grande apertura al mondo. E, devo dire, che essere insignito nel 2015 del premio bocconiano dell’anno è stato il massimo».

Arriviamo alla frutta: per lui un paio di clementine, per me dell’uva. Niente caffè. Negli ultimi trent’anni l’Italia ha subìto una marginalizzazione: con la caduta del Muro di Berlino ha perso la sua centralità di confine fra democrazie e comunismo, la sua funzione di cerniera fra Europa e Mediterraneo arabo e la sua peculiarità di sede non solo del Vaticano ma anche del primo Partito comunista occidentale. Milano, una identità non marginale, l’ha invece trovata. E, così, ha rappresentato, per tutta la comunità nazionale, un ponte verso il mondo e una ipotesi di futuro. Oggi questa Milano è attonita. Riflette Sala: «Le incognite ci sono. Sul breve periodo, sono per esempio naturalmente preoccupato per l’immobiliare. Gli spazi vuoti non fanno bene. Non credo, però, che possa esplodere una bolla. Perché, sul lungo periodo, i grandi investitori internazionali suddivideranno il rischio fra tante realtà e, per l’Italia, non esiste una piazza alternativa. Milano è sempre Milano. Lo dico senza retorica. Con convinzione».

E, così, nel nuovo pendolo fra potere e responsabilità e fra paura e speranza, la neve silenziosa che sta cadendo sulla città sembra quasi evocare le parole di un suo figlio, il poeta Giovanni Raboni: So la strada e la neve, so in che casa/ abitata da sempre troveranno/ un riparo luminoso nell’anno/ del gran freddo le miti ossa, l’invasa/ d’oscura dolcezza anima…

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