Cassazione

Non è minaccioso l’indigente che «molesta» il sindaco per avere i sussidi

scluso il reato di minaccia per il povero che staziona in Comune, avvertendo il primo cittadino che andrà a mangiare a casa sua, finchè ottiene più del dovuto

di Patrizia Maciocchi

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scluso il reato di minaccia per il povero che staziona in Comune, avvertendo il primo cittadino che andrà a mangiare a casa sua, finchè ottiene più del dovuto


2' di lettura

Non può essere condannato per minaccia il cittadino indigente che staziona in Comune, prospettando al sindaco anche la possibilità di andare a mangiare a casa sua, fino a quando non ottiene sussidi anche maggiori di quelli che spettano a chi sta nelle sue stesse condizioni.

La presenza costante in Comune

La Cassazione (sentenza 15153) accoglie il ricorso contro la condanna per minacce dell’uomo, classe ’83, che a forza di molestare il primo cittadino, arrivando a concedere alla sua segretaria 7 minuti per avere del denaro, era riuscito, in barba alla burocrazia, ad avere sussidi, fino a 1500 euro a fronte di un tetto di 400, oltre a borse lavoro, cantieri di lavoro e pagamento di bollette varie.

La sentenza

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La “minaccia” di andare a pranzo dal sindaco

La corte d’Appello però, lontano dal considerare quanto ottenuto, come un premio alla costanza aveva ribaltato la sentenza del Tribunale che aveva assolto il ricorrente, considerandolo un soggetto volgare e parolaio, genericamente minaccioso. Le sue azioni, infatti, ad avviso del giudice di prima istanza, non erano tali da indurre il primo cittadino a fare concessioni più “generose” di quelle fatte a chi, come lui, si trovava in una situazione di marginalità. Per la Corte d’Appello, al contrario, la presenza costante dell’imputato e la sua insistenza erano tali, da aver messo il sindaco così in ansia da portarlo a chiedere un porto d'armi, temendo per la sua incolumità.

Non basta esprimere sentimenti ostili

La Suprema corte ridimensiona i fatti. Non può costituire una minaccia, al di là del tono, l'intenzione di autoinvitarsi a pranzo a casa del primo cittadino, né gli ultimatum alla sua segretaria. La Cassazione ricorda che la semplice espressione di sentimenti ostili, se non accompagnata dalla prospettazione di un danno ingiusto non basta a coartare la volontà del pubblico ufficiale, per fargli compiere atti contrari al suo ufficio e a far scattare il reato di minaccia.

La condanna è annullata con rinvio avvisando la Corte d’Appello che al più, si può prospettare il meno grave reato di molestie che si può configurare in caso di invadenza arrogante.

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