ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa guerra in Ucraina

Non è il momento di allentare le sanzioni contro Mosca (anzi...)

Le ultime mosse di Putin (tra cui la chiamata di 300mila riservisti e la minaccia di usare armi nucleari tattiche) ripropongono in un clima politico sempre più teso la nota domanda: sono efficaci, e su quali tempi, le sanzioni dell’Occidente

di Fabrizio Onida

(EPA)

3' di lettura

Le ultime mosse di Putin (tra cui la chiamata di 300mila riservisti e la minaccia di usare armi nucleari tattiche) ripropongono in un clima politico sempre più teso la nota domanda: sono efficaci, e su quali tempi, le sanzioni dell’Occidente (Europa in particolare) contro la Russia, una potenza che dal 24 febbraio ha invaso il vicino di casa col delirante obiettivo di «denazificare» la popolazione ucraina e annettere l’intero Donbass, invocando antiche appartenenze etniche e storiche?

Stando ai dati della cronaca quotidiana, secondo cui l’ipocrita «operazione militare speciale» si è rapidamente trasformata in guerra feroce, appare scontato che le sanzioni sono state finora un’arma impotente per fermare il conflitto armato, anzi lo hanno esacerbato. Ricordiamo che, secondo una consolidata letteratura economica e politologica, efficacemente ripresa dal molto citato Nicholas Mulder nel recente volume pubblicato dalla Yale University Press, le sanzioni sono un’arma civile per condurre una «guerra moderna» che induce l’avversario a rinunciare, modificare la propria strategia, limitando le inevitabili ripercussioni negative sul sanzionatore.

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Guardando alla storia, le aspre sanzioni contro Germania e Giappone dopo la prima guerra mondiale non hanno impedito l’esplodere della seconda guerra mondiale, anzi hanno indotto i due Paesi sanzionati ad accelerare la conquista di una propria autosufficienza e potenza militare aggressiva. Al contrario è innegabile che le sanzioni occidentali contro il Sud Africa dell’apartheid, fino alla liberazione di Nelson Mandela nel 1990, hanno raggiunto lo scopo, dopo decenni di repressioni e sofferenze terminate solo quando massicci moti di protesta hanno accelerato il cambio di regime.

Purtroppo la protesta popolare oggi in Russia è (ancora?) alquanto debole e il regime sa (per ora?) come usare la mano forte per reprimerla. Quanto alla ristretta ma potente corte degli oligarchi che detengono all’estero larga parte della ricchezza finanziaria privata accumulata dopo il crollo dell’Urss, oggi soffrono terribilmente il congelamento dei propri conti in valuta, sperano in un negoziato tra Russia e Occidente che porti ad allentare le sanzioni, ma non sembrano inclini a trasformarsi in efficaci cospiratori di una rivoluzione interna anti Putin. Dobbiamo dunque rassegnarci a un conflitto di lunga durata che porta solo ad accrescere il numero delle vittime (da entrambe le parti) e continuare la distruzione di infrastrutture-abitazioni-fabbriche-campagne da cui dipendono l’economia e la vita civile di una nazione popolosa e fiera nel cuore dell’Europa?

No, pur in un contesto confuso e allarmante, le ultime settimane
sembrano dare segnali che “il re è nudo”. L’attuale referendum farsa rimarrà senza alcun effetto giuridico e politico perché privo di ogni credibilità anche agli occhi di osservatori amici (Cina e India in primis). Il richiamo dei 300mila riservisti, non addestrati e scarsamente dotati di armi sofisticate, che forse Putin farà finta di impiegare sul territorio risparmiando loro almeno inizialmente il macello sul fronte, si rivelerà impotente a invertire le sorti del conflitto militare.

Ha probabilmente ragione l’Economist quando tratteggia una sconfitta dell’esercito di Putin «non ancora certa ma di cui si discerne già il sentiero», chiedendo all’Occidente di accelerarne il percorso. Lo stesso pensa il politologo americano Ian Bremmer intervistato dal Corriere del 23 settembre. Accanto alla crescita degli aiuti militari americani ed europei, che si stanno rivelando assai efficaci per le sorti sul campo, serve probabilmente rafforzare due leve economiche di pressione che
sono in mano all’Occidente:

1 Con buona pace dell’Ungheria, alzare il livello delle sanzioni finanziarie che isolano banche e intermediari finanziari russi, minacciando le loro controparti, anche fuori da Stati Uniti e Unione europea, di ostacolarle seriamente se continuano a fare affari con Mosca;

2 Stretta sorveglianza sulle imprese occidentali che possono legalmente rifiutarsi di fornire pezzi di ricambio-componenti-macchinari di cui la Russia ha assoluto bisogno per far funzionare quotidianamente gli apparati civili e militari, ma non è in grado di produrre in autarchia. Esempi di questo mosse sono già venuti da gruppi europei e americani come Renault-Boeing-Airbus che stanno creando seri problemi di produzione e manutenzione a grandi imprese come Avtovaz (la più grande fabbrica russa produttrice di auto) e le aerolinee russe che dipendono dai pezzi di ricambio europei e americani.

Non vi sono certezze, anzi ci sono rischi, con un despota che continua a delirare, per bocca del ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che «l’Ucraina sta diventando uno Stato totalitario nazista», ma vale la pena di scommettere. Anche con sacrifici per le ripercussioni energetiche sulle nostre case, rispondendo alla domanda di Draghi: «Volete la pace o il condizionatore acceso»?

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