politiche del lavoro

Non è tempo di amarcord per il collocamento pubblico

di Alberto Orioli

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3' di lettura

E’ un bene aver dato centralità al tema delle politiche attive del lavoro. Una brutta definizione che indica la volontà di coprire, una volta per tutte, il divario tra chi cerca e chi offre lavoro e di creare forme di assistenza per chi cerchi o abbia perso il lavoro. Ma guai a tornare al collocamento pubblico anni 70. Ci sono voluti 20 anni per uscire dalla nuvola ideologica di chi gridava al caporalato legalizzato quando si affacciava il tema del collocamento privato e del lavoro interinale.

A poco servivano gli allarmi degli studiosi (primo tra tutti un celebre paper della Banca d’Italia) che denunciavano come gli uffici pubblici in realtà intermediassero meno del 5% degli occupati totali. Quindi ne palesavano l’inefficacia e l’inutilità.

Oggi gli esperimenti di sussidiarietà pubblico-privato hanno fatto molta strada: le agenzie del lavoro ammesse all’albo ufficiale sono un centinaio e hanno 2.500 uffici da cui transitano almeno 600mila occupati all’anno.

Il lavoro in somministrazione (come oggi si chiama il lavoro interinale) rappresenta l’1,9% del mercato, che tuttavia sconta ancora fenomeni di somministrazione mascherata e irregolare (pari a circa 300mila lavoratori gestiti in modo borderline). L’Anpal è l’agenzia nazionale destinata a fare da collettore nazionale del modello misto di gestione delle politiche attive del lavoro. È nata in ritardo rispetto al Jobs act, ha avuto pochi stanziamenti, mille difficoltà di gestione del rapporto con le Regioni, per Costituzione titolari del tema della formazione. Solo verso la fine della legislatura l’Anpal è riuscita a spuntare da parte delle Regioni un documento unitario sulle modalità di gestione della formazione in tema di apprendistato, in linea teorica il canale preferenziale per l’avviamento al lavoro secondo il sistema duale che, a fatica, l’Italia sta cercando di far attecchire in un tessuto sociale non sempre disponibile ad accettarlo.

Le roboanti semplificazioni della campagna elettorale ci hanno abituato al messaggio del reddito minimo collegato alla riforma dei centri per l’impiego. Si è più volte annunciato l’azzeramento dell’Anpal e il ritorno a un massiccio uso di centri pubblici secondo una nuova declinazione del modello tedesco. In Italia il personale dei centri per l’impiego è il frutto di varie migrazioni, dalla struttura centrale del ministero alle Province, poi, sull’onda della spinta federalista, alle Regioni.

Lavoro, Istat: ad aprile +64mila occupati, in un anno +215mila

L’impronta data dalla struttura pubblica è sempre stata, salvo eccezioni che esistono, di tipo burocratico, di adempimento di pratiche e di moduli, senza particolare assistenza proattiva ai tanti casi di persone in cerca di occupazione o di modi per migliorare la loro occupabilità sul mercato.

Sarebbe un errore interrompere il percorso di collaborazione-integrazione tra struttura pubblica e struttura privata per tornare a un sottoministero per il collocamento. Avrebbe il pregio, per l’attore politico, di creare un notevole serbatoio di assunzioni pubbliche: sarebbe ciò che nella prima repubblica erano le Poste per i ministri democristiani ,con in più il valore strategico di poter presidiare gli uffici da cui dipenderà l’erogazione dell’eventuale reddito di cittadinanza che altro non sarà se non un ibrido tra il reddito di inclusione (strumento anti-povertà) e una moderna indennità di disoccupazione (strumento legato all’accettazione di una proposta di lavoro proposta dalle strutture).

Tuttavia è un modello che contrasta con l’esigenza dell’uscita dello Stato dall’economia e dalla sovrabbondanza di spesa pubblica, vero ostacolo italiano allo sviluppo e pietra dello scandalo nelle infinite negoziazioni con Bruxelles sull’andamento dei conti pubblici.

Il sistema tuttavia non funziona se ancora adesso le imprese sanno di non poter trovare almeno 300mila tecnici nei cinque grandi comparti del made in Italy, ma un ritorno al collocamento statale e alla “cultura del bollo” rischia di non aiutare a risolvere il problema. Forse avrà creato «occupazione per chi cerca occupazione» ma non avrà fatto fare all’Italia il salto che serve.

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