Cassazione

L’abilità del banco è nota: non sei truffato se perdi al gioco delle tre carte

Chi si cimenta con il gioco è libero di scegliere, e fino a prova contraria, si tratta solo di estrema abilità di chi ha in mano il banco. Così la Suprema corte annulla la condanna per truffa

di Patrizia Maciocchi


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(Imagoeconomica)

2' di lettura

Il gioco delle tre carte è lecito. Senza la prova di manovre truffaldine, si basa, infatti, sulla straordinaria abilità di chi lo conduce. E chi gioca, non è indotto a pensare di essere più acuto, in genere lo pensa spontaneamente. La precisazione arriva dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 48158, annulla con rinvio la decisione della Corte d’Appello di condannare per truffa i due imputati rei di aver indotto la parte offesa a giocare al cosiddetto gioco dei tre campanelli, variante del tutto analoga alle tre carte, attirandolo con il miraggio di una facile vincita, ad affrontare una prova del tutto aleatoria, puntando a disorientarlo. Ma la Suprema corte non è d’accordo.

L’abilità del banco

Per i giudici i tre campanelli, e quelli similari delle tre tavolette o delle tre carte «non concretano di per sè il reato di truffa perché che la condotta di chi dirige il gioco non realizza alcun artificio o raggiro». Tutto si basa, precisa il collegio, su una reale e regolare continuità di movimenti che grazie all’estrema abilità del “banco”, inducono chi partecipa a confidare nel caso. Diversa l’ipotesi in cui alla destrezza si aggiunga una frode, ma questa non è una regola e va provata.

La scelta di giocare è libera

Ad avviso della Cassazione indurre la persona offesa a giocare con il sogno di una vincita facile, come affermato dalla corte d’Appello, non sarebbe, anche se l’intento fosse dimostrato, di per sé un reato. Per i giudici appello l’inganno sarebbe insito nella caratteristica del gioco e dunque nella sproporzione a favore del “banco” dotati di una tale abilità e destrezza che potrebbe e può essere neutralizzata solo da un’eventuale superiorità come prontezza di riflessi e spirito di osservazione di chi partecipa. Ma questo per la Cassazione è un fatto notorio, che può impedire o meno di prendere parte al gioco: scelta che resta libera. Né è possibile affermare che il soggetto raggirato fosse indotto a credere di essere tanto capace da controllare gli “avversari”. Nessun elemento agli atti dimostra che gli imputati lo abbiano lusingato a tal punto... In genere chi si cimenta si sente autonomamente all’altezza.

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