LA SENTENZA

Niente assegno all’ex moglie «fannullona». Così cambia la giurisprudenza sul divorzio

di Giovanni Negri


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(Adobe Stock)

2' di lettura

È forse perentoria nelle conclusioni, la sospensione tout court dell'assegno divorzile, ma di sicuro non eccentrica sul piano giuridico la sentenza del tribunale di Treviso con la quale, oltre a bocciare la richiesta di aumento, il giudice ha bloccato anche la corresponsione mensile dell'importo sinora versato dall'ex marito a una donna che dal 2007, data di celebrazione del matrimonio, non aveva mai lavorato.

La colpa? La totale inerzia nella ricerca di un'occupazione, oltre al fatto che durante la vita coniugale l'apporto alla costituzione o incremento del patrimonio familiare era stato nullo.

La pronuncia si colloca in una fase di notevole fermento sul punto. A fare da bussola sono state due sentenze capitali della Cassazione, una del 2017, la n. 11054, e una del 2018, la n. 18287 a Sezioni unite. Con la prima è stato mandato in soffitta, quanto a criteri per la determinazione del valore dell'assegno di divorzio, il tradizionale parametro della conservazione del tenore di vita; con la seconda, si è aggiustato il tiro chiarendo che l'assegno ha una funzione di riequilibrio, non tanto per assicurare le medesime condizioni di vita, ma piuttosto a titolo di riconoscimento dell'apporto dell'ex coniuge più debole alla vita familiare. Approdo forse più scivoloso, ma aderente a una concezione del matrimonio ritenuta più moderna, non più riparo o sinecura di tutta una vita indipendentemente dal suo esito.

Tenendo conto di questi criteri, all'inizio di quest'anno la prima sezione civile della Cassazione ha chiarito che l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o l'incapacità di procurarseli, del coniuge che richiede l'assegno deve essere parametrata alla ripartizione dei ruoli (frutto di scelte comuni) durante il matrimonio, alla durata dello stesso e all'età della parte richiedente (sentenza n. 2480 del 2019).

L'interpretazione della Cassazione ha poi avuto riscontri nelle sentenze dei giudici di merito. Il Tribunale di Vicenza, ad esempio (sentenza n. 2819 del 4 dicembre 2018), ha precisato che, abbandonati i vecchi parametri del tenore di vita e dell'autosufficienza economica, il giudice deve accertare caso per caso se l'ex coniuge più debole ha in qualche modo sacrificato alla vita familiare le proprie aspettative e potenzialità professionali nel nome della famiglia.
Sulla rilevanza del lavoro domestico è incentrata invece la sentenza n. 1452 del Tribunale di Roma del 22 gennaio 2019. Nella valutazione del contributo dato alla formazione del patrimonio comune va dato peso adeguato al lavoro domestico di cura e di accudimento, allineandolo a quello svolto fuori del nucleo familiare in una prospettiva che deve tenere conto della durata del matrimonio stesso: «È infatti di immediata evidenza che maggiore sarà stata la durata del matrimonio, più sarà stato rilevante l'apporto di ciascuno alla formazione delle sostanze comuni e allo sviluppo delle capacità reddituali dell'altro coniuge, in una valutazione che impone la piena equi ordinazione tra il lavoro domestico, di cura e di accudimento dell'altro e della casa familiare, allo stato privo di concreto riconoscimento reddituale e il lavoro prestato all'estero del nucleo familiare».

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