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Non la migliore delle riforme possibili

di Giovanni Negri

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2' di lettura

Alla fine, il rischio nel maneggiare un provvedimento che, anche nella forma, ricorda le leggi finanziarie d'antàn, un articolo solo 95 commi, è ancora una volta quello di buttare quel che di buono c'è, a fronte del molto almeno discutibile. E però, in un testo che interviene a 360 gradi su tutto il penale, dal processuale al sostanziale, passando per l'ordinamento penitenziario, non è facile individuare un filo che tenga insieme tutte le misure messe in campo.

Nel disegno di legge confluiscono infatti temi, che da tempo agitano il dibattito non solo tra i cosidetti operatori del diritto. Basti pensare alle intercettazioni o alla prescrizione. Ma anche elementi più “tecnici” come l'effetto delle condotte riparatorie o squisitamente processuali, i procedimenti speciali o le impugnazioni. E il pericolo semmai è quello di dimenticarne qualcuno. Che pure potrebbe avere nell'immediato effetti importanti: è il caso di tutte le disposizioni sul giudizio in Cassazione e sul rapporto, per esempio, tra sezioni semplici e unite.

Ma nel disegno di legge è soprattutto difficile individuare un'idea di quella che deve essere o almeno aspirare a essere una giustizia penale adeguata al nostro tempo, un modello per gli anni duemila. Si trovano echi di quel populismo penale che dispiace anche al ministro Orlando, si veda il pacchetto di irrigidimento sanzionatorio su reati come furti, rapine, estorsioni; primi abbozzi di risposta a problemi reali sui quali si sono negli anni scontrate forze politiche, magistrati e avvocati, come la durata della prescrizione o la divulgazione dei contenuti delle intercettazioni irrilevanti; attenzioni all'esigenze dell'efficienza, chiudendo un occhio sul Codice processuale in vigore, ed è il caso del rafforzamento del processo a distanza.

Forse troppo poco per parlare di totale stravolgimento del nostro modello processuale e di deriva autoritaria; certo troppo per potere parlare di un semplice intervento di manutenzione nel segno di un sano ed equilibrato realismo. Innegabile poi che il ricorso al doppio voto di fiducia ha poi contributo almeno in parte a strozzare i dibattito e il confronto in Parlamento, ma è altrettanto vero che il provvedimento era stato approvato in Consiglio dei ministri nell'estate del 2014, 3 anni fa.

Di sicuro allora, il testo approvato ieri, tra mille mal di pancia, alla Camera, non è la migliore delle riforme possibili (ma su quale sia la migliore poi, naturalmente, i pareri divergono), forse però è la sola che questa rissosa maggioranza poteva approvare in questo scorcio finale di legislatura. Una tentazione andrebbe in ogni caso evitata, quella del “benaltrismo”, che troppo spesso erode i commenti sulle politiche della giustizia ed è praticata con eccessiva indulgenza. Quella che di fronte a ogni intervento normativo porta a sottolineare la necessità di un “più uno”, mettendo in luce quello che ancora manca, a fronte di quello che c'è.

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