A TAVOLA CON GIANCARLO ANERI

Non per soldi, ma per divertimento. E per lasciare qualcosa ho fatto impresa

Pranzo di tartufo da Cracco in Galleria con l’uomo che ha unito vino, giornalismo e valori di famiglia. Una tipica avventura italiana

di Paolo Bricco

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6' di lettura

«Enzo Biagi era un emiliano di Pianaccio e di Sasso Marconi che si lasciava andare. La frequentazione sua e della sua famiglia erano assidue, sia a Milano sia sull’Appennino. Con Indro Montanelli, forse anche per il suo cadere periodico nella depressione e per il mio coinvolgimento nella avventura editoriale della Voce, l’amicizia aveva una natura più profonda: tante volte, quando era in crisi, gli tenevo la mano. Era un gesto molto intimo. Giorgio Bocca, da cuneese, faticava ad aprirsi. La compagna Silvia Giacomoni era importante, lo aiutava a mettere tanti tasselli a posto riducendo le sue asprezze e impedendogli qualche volta di farsi del male. A Biagi il prosecco e l’amarone piacevano. A Montanelli bastava un dito e mezzo. Lui, da toscano, apprezzava il chianti. Bocca, come tanti piemontesi, era tranchant sul prosecco, ma diceva che l’amarone era una roba giusta, per lui i rossi erano sopra a tutto, amava molto la figlia Nicoletta che aveva fatto il viaggio al contrario, da Milano in Langa, a occuparsi di vigne e a produrre dolcetto».

Ascoltare Giancarlo Aneri, in questi tempi cupi, è un balsamo. Dalla descrizione elementare di una vita trascorsa a vendere vini in ogni parte del mondo e a coltivare una passione fanciullesca per i giornali che lo ha spinto a fondare nel 1995 il premio “è Giornalismo” con Montanelli, Biagi e Bocca, non avverti solo la nostalgia di quando i giornali erano i giornali. Senti anche, nel suo occuparsi dell’impresa familiare incentrata sul canone della boutique del gusto, l’identità profonda di un Paese che è fatta di energia e di vitalità, di empatia verso gli altri e di una vita professionale intesa come divertimento, quello che fa degli imprenditori italiani – non solo la generazione senatoriale come la sua – quanto di più vicino ci sia all’homo ludens, l’uomo che gioca.

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Siamo da Cracco in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, pochi giorni prima che la nuova ondata del Coronavirus imponga la chiusura al pubblico dei ristoranti. Quando ci incontriamo, il diffondersi della pandemia non ha ancora costretto per la seconda volta in un anno gli italiani a questa nuova forma di cattività che, adesso, sta plasmando le nostre vite. Ma, l’atmosfera, è già molto scura. «Il signor Cracco non c’è, è a Londra, ci ha detto di salutarla», dice il cameriere non appena ci sediamo. Il tavolo dato ad Aneri è il solito. L’affaccio è sulla galleria e, fuori, la luce taglia il freddo che sembra annunciare l’inverno del nostro scontento.

Sul tavolo, acqua naturale per lui e acqua gassata per me. «Prima di iniziare a mangiare, ci tengo che tu assaggi l’Aneri Prosecco Biologico Leone, dal nome del mio nipotino di tre anni, figlio di mia figlia Stella», dice mentre i camerieri portano l’insalata russa caramellata, un classico della cucina di Cracco. Giancarlo Aneri – fino ai 45 anni dirigente della Ferrari Spumante di Trento, che ha lasciato da vicepresidente per mettersi in proprio («uno dei pochi errori della mia vita, avrei dovuto iniziare cinque anni prima, dentro mi sono sempre sentito un imprenditore») – ha un carattere e una giocosità, una astuzia e qualche volta una malinconia che ne fanno un tipo italiano, fra la commedia dell’arte e il melodramma di Verdi, gli italiani del Boom economico e i film dell’ultimo periodo di Federico Fellini. Fonda aziende: nella prima, venticinque anni fa, i soci erano Giovannino Agnelli («una persona di una educazione e una signorilità uniche, un vero grande borghese», si commuove Giancarlo ricordando il primo degli Agnelli scomparso tragicamente) e Luciano Benetton («erano veri i racconti che faceva Sergio Saviane, dei pranzi di tutti noi amici con lui seduto a capotavola come un re silenzioso nella villa di Ponzano Veneto»). Mette in comunicazione mondi diversi: fa incontrare i finanzieri più facoltosi e gli scrittori engagé, i cuochi e i grandi industriali, gli artisti e gli uomini di potere. Risolve problemi, come quando contribuì a far sì che Enzo Biagi e Vittorio Feltri salvassero la presentatrice televisiva Michelle Hunziker da una setta.

Fa tutto questo con una generosità senza ombre – non, come capita a molti di questi camaleonti, per unire e poi dividere e poi di nuovo unire gli animi – ma semplicemente per unire: «Cerco di far fare amicizia a tutti e, se due persone litigano, provo sempre a far fare la pace. Ogni tanto mi sento un prete mancato», dice con la semplicità del cattolicesimo popolare proprio dei veneti, lui che abita – con tutta la famiglia – e ha l’azienda a Legnago di Verona, a metà strada fra Verona e Rovigo.

Arriva in tavola l’ovetto al tartufo, accompagnato dal Pinot bianco Leda (dal nome della moglie). «Prima dell’attività professionale, prima dell’impresa e prima dell’amore per l’editoria e il giornalismo – racconta Giancarlo – c’è stata la mia famiglia di origine. Vivevamo nella campagna veneta. Mio padre Primo era capostazione. Mia madre Renata casalinga. Avevamo una vita dignitosa ma umile, bisognava arrivare tutte le volte al 27 del mese. Ora che sono diventato un borghese senza pensieri, mi ricordo bene quegli anni. Sotto casa c’era una edicola. Mio papà prendeva l’Unità. Io, a dieci anni, comprai per la prima volta Il Corriere della Sera. Il primo bicchiere di vino, tagliato con una bevanda per ragazzi che si chiamava Spuma, l’ho bevuto a quattordici anni. Ma, già da quattro anni, leggevo i reportage di Indro».

E, così, mentre i camerieri portano i tagliolini al tartufo insieme al Pinot nero Ale (in onore del figlio Alessandro), Aneri racconta da dove è spuntato il filo che, poi, ha tessuto la sua tela fra vita pubblica e vita personale, redazioni e case private, interessi e fedeltà alle amicizie: «È molto semplice. Ho sempre seguito di persona la diffusione sui mercati stranieri dei miei vini, sia nell’impresa per cui lavoravo sia poi nella mia azienda. Andavo a New York? Passavo una settimana a Parigi? Trascorrevo qualche giorno a Londra o a Madrid? Oltre a fare il giro dei grandi ristoranti italiani e internazionali per vendere le mie etichette, cercavo di conoscere i corrispondenti dei giornali italiani. Non lo faceva nessun altro. Quei giornalisti erano spesso incuriositi da questo commesso viaggiatore del vino italiano. Mi guardavano con simpatia. Entravo in punta di piedi nella loro quotidianità. E, mentre ero là insieme a loro, mi trovavo a vivere gli episodi più particolari. Quando a New York Mikhail Kamenetzky, che per tutti era Misha o Ugo Stille, venne avvertito che la sua casa stava andando a fuoco, ero sul taxi con lui».

Al tavolo alla nostra sinistra si siede una famiglia di americani, una delle inedite ricchezze – il turismo dei benestanti – che Milano prima del Coronavirus era riuscita a costruirsi un pezzo alla volta, una valorizzazione dei suoi musei dopo l’altra, il lavoro non casuale sul proprio posizionamento e sul proprio marchio di unica città globale italiana, la miscela fra turismo classico e viaggi di lavoro, i negozi del lusso che sono qui sotto in Galleria e la cucina popolare trasformatasi in un fenomeno strutturato e complesso, quasi il distillato di una tradizione ancestrale di un Paese profondamente agricolo e terragno come l’Italia.

Con la Vini Aneri, Giancarlo produce appunto prosecco e amarone della Valpolicella. Con l’E-Group olio e torrefazione di caffè. Fa tutto questo secondo un preciso modello imprenditoriale. Quello che gli economisti definiscono “segmentazione ad alto valore aggiunto”. Ma che, dal punto di vista storico, è l’esito di lungo periodo di una vicenda, quella italiana, in cui il canone della piccola dimensione permette di coniugare sapere formalizzato e cultura informale, territori e mercati globali, con alla fine il borgo – in questo caso Legnago di Verona – come fulcro di molte cose perché, come scriveva Carlo Cipolla, «gli italiani sono abituati, fin dal Medioevo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo». «Abbiamo numeri piccoli», dice Giancarlo, mentre i camerieri di Cracco portano la lista dei dolci. E racconta: «Il nostro fatturato annuo è di 7 milioni di euro. Almeno una volta all’anno ricevo una offerta per vendere a un fondo di private equity oppure a un grande gruppo, per il quale una attività con il nostro segno del lusso sarebbe la ciliegina sulla torta e il completamento di una offerta che di solito raggiunge un altro tipo di clientela. Spesso, noi, siamo l’anello mancante per i giganti dell’agroalimentare. Ho sempre detto di no. Perché l’imprenditore, soprattutto italiano, non vende. Non lo fa mai. Non ho fatto tutto questo per i soldi. L’ho fatto per divertirmi e per costruire qualcosa di nuovo, per conoscere il mondo e per lasciare, quando non ci sarò più, una realtà viva e vitale ai miei figli Alessandro e Stella, alle mie nipoti Lucrezia, Ludovica e Giorgia e a mio nipote Leone. Io, mia moglie Leda, Alessandro e Stella facciamo il consiglio di amministrazione in cucina».

Arrivano in tavola un tiramisù cotto al vapore, i due caffè e della piccola pasticceria. E Giancarlo Aneri pensa con felicità, malinconia e un inestinguibile desiderio di futuro a quel giorno in cui «eravamo a tavola io, Ugo Tognazzi, Gino Lunelli, Ottavio Missoni, Enzo Biagi, Roberto Bettega e Enzo Ferrari, a parlare di vino e di macchine, di cibi e di amori». Perché, come diceva qualcuno, «nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere». Vale per lui. Vale per tutti gli italiani. Ieri, oggi e domani.

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