emergenza clima

Non solo Amazzonia: dalla Siberia all’Alaska anche l’estremo Nord è in fiamme

Quest'estate oltre 600 incendi hanno consumato quasi un milione di ettari di foresta in Alaska e stanno inghiottendo vaste aree boscose nel Nord del Canada. In Siberia, il fumo emesso da oltre 5 milioni di ettari devastati dal fuoco copre città e paesi

di Elena Comelli


Ecco le cause del saccheggio dell’Amazzonia

4' di lettura

Tutto il mondo è in ansia per l’Amazzonia, ma anche l'estremo Nord del pianeta sta bruciando. Quest'estate oltre 600 incendi hanno consumato quasi un milione di ettari di foresta in Alaska e stanno inghiottendo vaste aree boscose nel Nord del Canada. In Siberia, il fumo emesso da oltre 5 milioni di ettari devastati dal fuoco copre città e paesi. Insieme, i due pennacchi si sono uniti a formare una coperta grigia grande quasi quanto l'Unione Europea.

Antti Lipponen, dell'Istituto meteorologico finlandese, stima l'area interessata attorno a 5 milioni di chilometri quadrati. «Per fare un confronto, l'area dell'Ue è di circa 4,5 milioni di chilometri quadrati e l'area degli Stati Uniti di circa 8,1 milioni di chilometri quadrati”, ha twittato.

Gli incendi estivi in queste aree sono normali, ma, come dimostrano gli studi del Centro internazionale di ricerca sull'Artico dell'Università dell'Alaska, negli ultimi anni sono molto aumentati e quest'anno si stanno estendendo nell’arco di tre mesi, mentre di norma non durano oltre la fine di luglio. A livello globale, giugno e luglio sono stati i mesi più caldi mai misurati. La regione artica, normalmente congelata, ha una funzione cruciale nel sistema di raffreddamento del pianeta, ma quest'anno invece sta contribuendo al riscaldamento del clima. «L'intensità del fuoco è ancora ben al di sopra della media», sostiene Mark Parrington, del Copernicus Atmosphere Monitoring Service.

Tonnellate di CO2 nell’atmosfera

I roghi che hanno colpito la Russia settentrionale, l'Alaska, la Groenlandia e il Canada hanno scaricato in atmosfera 50mila tonnellate di CO2 a giugno e 79mila tonnellate a luglio, superando di gran lunga il precedente record per l'Artico. L'emergenza persiste anche in agosto, con 40mila tonnellate emesse nei primi venti giorni, un evento senza precedenti negli ultimi 17 anni di monitoraggio.

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«Le emissioni di CO2 sprigionate da questi incendi potrebbero esacerbare il riscaldamento climatico per decenni a venire», spiega Carly Phillips, dell'Union of Concerned Scientists. «Gli ecosistemi dell'Alaska immagazzinano enormi quantità di carbonio sia nel permafrost che nel suolo accumulato qui nel corso dei millenni. Gli incendi destabilizzano queste riserve di anidride carbonica, bruciando il suolo e accelerando il disgelo del permafrost, i quali rilasciano nell'atmosfera il gas intrappolato», sostiene Phillips.

L'area più colpita è stata quella russa, che ha registrato temperature insolitamente alte e un basso livello di umidità del suolo, creando le condizioni perfette per i roghi. Malgrado l'intervento dell'esercito, quattro regioni siberiane hanno dichiarato lo stato di emergenza e gli incendi continuano a imperversare.

In Groenlandia, le immagini satellitari di questo mese hanno rivelato incendi che si estendono su un'area larga 380 chilometri quadrati, aumentando le pressioni di un'ondata di calore che ha già provocato uno scioglimento record della seconda calotta glaciale del mondo, dopo l'Antartide. Dall'inizio dell'anno, secondo Greenpeace, in Groenlandia sono bruciati oltre 13 milioni di ettari, rilasciando una quantità di anidride carbonica equivalente ai gas di scarico di 36 milioni di auto.

Scioglimento più rapido

La fuliggine derivata dagli incendi aumenta lo scioglimento dei ghiacci, perché il nerofumo indebolisce la loro capacità di riflettere il calore del sole. La fuliggine interferisce anche con la capacità riflettente delle nuvole. «L'impatto climatico e ambientale del nerofumo sarà determinante nei prossimi anni per lo scioglimento dei ghiacci e l'evoluzione del riscaldamento del clima», sostiene Igor Semiletov, climatologo del Politecnico di Tomsk, che sta studiando queste interazioni.

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L'ampliamento dei roghi incide poi sulla composizione della vegetazione. Se gli incendi sono troppo frequenti, intensi e gravi, la foresta più antica si riduce a favore della vegetazione giovane, che assorbe meno anidride carbonica. L'ecosistema boreale della taiga, la foresta settentrionale che copre il 17% dell'area terrestre del globo, si è adattato al fuoco. Brucia regolarmente da migliaia di anni. Le fiamme si diffondono senza ostacoli fino a quando cambia il vento e comincia a piovere. In Alaska, gli abeti rossi mantengono intatti dei coni resinosi per far ripartire nuove piantine quando l'albero brucia. La vegetazione a crescita rapida copre le cicatrici: mirtilli selvatici, salici, betulle e pioppi spuntano da ceppi e radici ancora in vita. In genere, il ciclo si completava nel giro di 200 anni. Ma oggi i roghi sono molto più aggressivi, i cicli sono più brevi di circa il 25% e questo riduce la capacità di rigenerarsi della vegetazione.

«I nostri studi dimostrano che, nel complesso, gli incendi nell'estremo Nord stanno diventando più grandi, più caldi e più frequenti», spiega Nancy Fresco, docente all'Università dell'Alaska e coordinatrice del gruppo di studio Scenarios Network for Alaska and Arctic Planning. «Le conifere più vecchie stanno perdendo terreno a favore di latifoglie più giovani, alterando interi ecosistemi. Questi alberi bruciano più facilmente, rilasciando più CO2, e anche il terreno brucia più profondamente rispetto al passato», precisa Fresco. Così si alimenta il circolo vizioso: più alberi che bruciano causano più riscaldamento del clima e il clima più caldo causa incendi sempre più devastanti. Tutto è collegato, dagli agricoltori dell'Amazzonia che bruciano la foresta pluviale per fare spazio agli allevamenti, alla Siberia che va in fumo per le alte temperature.

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