Imprenditrici eco

Non solo borse. Anya Hindmarch scommette su economia circolare e spazi retail

Conosciuta per “I'm not a plastic bag”, oggi chiude il cerchio con la serie “I am a plastic bag” (riciclata). E con un'autobiografia e uno store-villaggio a Londra

di Giulia Crivelli

Sotto, da sinistra, in senso orario, cinque nuovi pezzi della collezione Eyes in nylon mimetico riciclato: zaino (450 €); tote (350 €); large tote (450 €); mini tote (425 €); a tracolla (350 €).

5' di lettura

Che cosa ci spinge a dire – ammesso sia lecito farlo – che uno stilista è bravo? Non sembri una domanda peregrina: ammettiamolo, da quando frequentiamo con grande assiduità i social network, la coscienza dei nostri limiti si è annacquata nel migliore dei casi ed è scomparsa nel peggiore. Pensiamo di poter dare opinioni su tutto o, forse ancora più grave, ci sentiamo in diritto di giudicare tutti. Tornando alla domanda iniziale: uno stilista è bravo se ha milioni di follower, ad esempio, su Instagram? O se ogni collezione che presenta ottiene centinaia di migliaia di like e poi si vende, nei negozi e online? Un manager, invece, in base a cosa lo valutiamo? Per quanto guadagna e fa guadagnare all'azienda che guida – come di fatto si è sempre fatto – o forse dalla soddisfazione di chi lavora per lui o con lui? Anche questa non è una domanda peregrina: negli Stati Uniti e, persino, in Italia si sta diffondendo la figura del chief happiness officer che, con il chief operating officer (l'amministratore delegato), deve concordare le strategie per rendere il luogo di lavoro, anche per chi si collega da remoto, il più felice possibile.

Anya Hindmarch di fronte all'Anya Cafe, a Londra.

Volendo raccontare Anya Hindmarch , stilista e manager britannica, si può cercare di rispondere alle domande su quanto sia brava in entrambi i ruoli, ma occorre farlo, appunto, in modo nuovo; creativo, potremmo dire. A complicare il quadro, il fatto che Anya Hindmarch sia anche imprenditrice: come valutiamo questo ruolo? Guardiamo le crescite di fatturato e utili o cerchiamo di capire se ha fondato o costruito un'azienda che ha portato cambiamenti positivi nella vita delle persone che vi lavorano e dei clienti finali grazie, trattandosi in questo caso di un marchio della moda, ai prodotti che vende? Solo che Anya Hindmarch, 50 anni compiuti da poco, non è solo, da oltre tre decenni, stilista, manager e imprenditrice. È anche madre di cinque figli e, last but not least, scrittrice.

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Una vetrina dello store Anya's Fruit &Veg, all'interno di The Village, a Londra, aperto dal 23 agosto al 25 settembre.

L'esterno dello store Anya’s Fruit &Veg a Londra.

Per rispondere alla domanda se sia brava nei tanti ruoli che ricopre, si potrebbe in effetti leggere If In Doubt, Wash Your Hair: A Manual for Life, uscito nel maggio scorso ed entrato subito nella classifica dei libri più venduti del Sunday Times. La risposta alla domanda ovviamente è: sì, Anya Hindmarch è brava. Anzi, è eccezionale, qualunque siano i criteri che adottiamo. Il libro lo consigliamo, speriamo che sia presto disponibile in italiano e azzardiamo una traduzione per il titolo, facendoci aiutare da una canzone di Giorgio Gaber: Nel dubbio, fatti uno shampoo. E altri consigli di vita. A ben guardare, però, se la biografia trovasse un editore in Italia, dovrebbe essere aggiornata, perché negli ultimi sei mesi Anya Hindmarch si è inventata tante altre cose, coerente con il suo stile manageriale e imprenditoriale e riscrivendo, nuovamente, le regole del gioco della moda, questa volta focalizzandosi soprattutto sul retail fisico. Già da prima del Covid in molti davano i negozi per sconfitti dall'e-commerce e sicuramente durante i mesi di lockdown gli acquisti online sono ulteriormente aumentati. Per forza maggiore, possiamo dire col senno di poi, visto che appena i negozi hanno potuto riaprire le persone sono tornate a frequentarli.

La pouch “Banana”, in nylon (275 €) e la tote “Anya's Fruit & Veg”, in corda di cotone (20 €), entrambe della collezione Anya's Fruit & Veg.

Anya Hindmarch vendeva online da ben prima del febbraio 2020 e nello scorso anno l'e-commerce (gestito internamente, ça va sans dire) è cresciuto a doppia, se non tripla cifra. Ma allo stesso tempo, all'ombra del Covid, prendeva forma, a Londra, The Village, inaugurato il 17 maggio, appena il Governo di Boris Johnson ha permesso di riaprire i negozi. «È un format completamente diverso dagli altri 50 monomarca che abbiamo nel mondo. Vendiamo borse, ma c'è anche una caffetteria e... un parrucchiere. Credevo molto nel progetto, nato in era pre-Covid, ma sono stata la prima a stupirmi del successo. Fin dal primo giorno ci sono state code e liste d'attesa per farsi sistemare i capelli», racconta Anya Hindmarch, che per l'estate aveva pronta un'altra sorpresa, un altro tassello del suo villaggio, l'Anya's Fruit & Veg, rimasto aperto dal 23 agosto al 25 settembre, con frutta e verdura di stagione e di produttori locali, accanto a T-shirt, charm a forma di banana, avocado, broccoli. E borracce, adesivi, grembiuli e persino workshop per insegnare ai bambini a fare sculture di frutta.

Del resto ciliegie, fragole e tanti altri tipi di vegetali sono da sempre presenti nelle collezioni più giocose della stilista, che ha una doppia, tripla, multipla anima. C'è appunto quella più giocosa, quasi infantile («ma non si dice sempre che dobbiamo tenere vivo il bambino che c'è in noi?», chiede giustamente), che si rispecchia negli accessori o nei dettagli delle borse che, in alcune versioni, sono da molte stagioni dotate di decorazioni a forma di occhi, tristi, felici, ammiccanti in alcuni casi. E di bocche sorridenti o tristi. Poi c'è l'anima da amante della pelletteria di altissima qualità, che scoprì durante una vacanza studio in Italia quando aveva 18 anni e che le fece lanciare la sua prima attività legata alla vendita di borse. «Ancora oggi parte della collezione è fatta nel vostro Paese, dove ho scoperto l'artigianalità, la passione per il fatto a mano e per la qualità dei dettagli e la necessità di non accelerare processi che hanno bisogno del loro tempo», aggiunge, forse pensando anche al suo percorso di imprenditrice.

La borsa a cesto “Anya's Fruit & Veg”, in alghe e pelle (350 €).

Negli anni Novanta e Duemila, il marchio e l'azienda divennero globali e dal core business di borse e accessori Anya Hindmarch diversificò nell'abbigliamento e calzature, tanto da sfilare nel calendario della London Fashion Week. Un successo che attirò l'attenzione di investitori esterni: la fondatrice arrivò a vendere l'azienda e lasciare il ruolo di ceo, salvo ricomprarsela pochi anni dopo e tornare al vertice manageriale e creativo, introducendo molti cambiamenti: il marchio ha ricominciato a concentrarsi su poche categorie di prodotto e, come dimostra The Village, su modelli innovativi di distribuzione. «Abbiamo chiuso i punti vendita negli outlet e ci siamo dati regole molto chiare sui saldi: sono convinta che ci sia stata un'esagerazione negli ultimi anni. Troppe collezioni e troppo veloci, con conseguente giungla su prezzi e svendite, che non hanno quasi più niente di stagionale. Ma è davvero un peccato, in tutti quei casi, come il nostro, in cui dietro a ogni novità c'è un lungo lavoro di squadra, che parte da un'intuizione creativa e poi prende forma».

La borsa tote “Neeson Tassel”, in pelle(1.095 €).

Anya Hindmarch non è una nativa digitale, ma i suoi figli più giovani lo sono e dalle nuove generazioni coglie molti spunti, a partire dalla sostenibilità ambientale e sociale, che però albergava in lei da molto prima che diventasse un tema centrale per l'industria della moda (e non solo). Uno dei negozi che compongono il puzzle del Village di Londra è dedicato alla linea I am a plastic bag, borse e accessori di plastica riciclata, che nel caso di Anya Hindmarch – ed è l'unica a poter vantare questo originalissimo fil rouge – sono un'inaspettata evoluzione della borsa in cotone I'm not a plastic bag, lanciata nel 2007 per disincentivare l'uso degli oggetti in plastica monouso, a partire dai sacchetti per la spesa. «Ci sono voluti anni per mettere a punto, in collaborazione con laboratori di ricerca e università, un materiale riciclato che garantisca una qualità uguale a quello vergine e sono sicura che nei prossimi anni, forse mesi, scopriremo o inventeremo fibre e tessuti ancora più innovativi», commenta. «Nel mio piccolo vorrei continuare a diffondere una maggiore consapevolezza sulla possibilità concreta che abbiamo tutti, persone e aziende, di passare da un modello di economia lineare a uno di economia circolare. Dobbiamo imparare dai più giovani, la classe dirigente di domani, anche se forse non vorrebbero essere chiamati così. Ragionano all'interno di un quadro di riferimento diverso dal nostro e hanno uno sguardo molto più globale. Si sentono cittadini del mondo, non britannici o italiani, ad esempio, e capiscono che ogni azione ha conseguenze vicine e lontane. Sanno che vale persino l'acquisto di una borsa».

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