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Non solo Cattelan: l’arte della banana da Andy Warhol ai Minions

Il maestro newyorchese ha mangiato l’istallazione del maestro padovano. Perché la banana è un pezzo d’immaginario collettivo, una scivolosa icona pop. Esotica e proibita, come il costume di Joséphine Baker

di Francesco Prisco


Cattelan, la banana da 120mila dollari sparisce in un boccone

3' di lettura

«Uah, una banana un euro e 10?» Senti delle gesta del maestro Maurizio Cattelan e soprattutto di quelle del maestro David Datuna e il primo pensiero va allo sguardo spiazzato di Fabio Balsamo di The Jackal di fronte all’ultimo rincaro della fruttivendola di fiducia. Perché qui sempre di banane e soldi si parla: la banana affissa col nastro adesivo dall’artista padovano all’Art Basel di Miami Beach (titolo: Comedian), valutata 120mila dollari e divorata dal collega newyorchese (così, per fare una performance). Certo, nessuno al Guggenheim si sognerebbe di allestire una retrospettiva sul collettivo di youtuber napoletani (non ancora, perlomeno), ma sentiamo che il gesto di Cattelan prima e il gesto di Datuna poi in un certo senso è come se nobilitassero pure la banana di The Jackal.

David Datuna mangia la banana di Cattelan (Reuters)

Il primo uomo che scivolò sulla buccia
Perché la banana è nobile di suo, quando si parla d’arte. Più che un frutto, è un pezzo d’immaginario collettivo, una scivolosa icona pop, addirittura una specie di totem sbucciabile che rimanda al più ovvio tra i tabù. La cultura - alta o bassa che sia - la frequenta da quando nel mondo se n’è diffuso l’utilizzo per scopi alimentari. Un mito, talvolta persino falso come la storiella secondo la quale sulle banane si scivola: tutto nacque da una slapstick comedy dei primi del Novecento interpretata da Cal Stewart. Storia di un signore che scivola su una buccia di banana, appunto: ma quanti sanno che, nella versione originale della gag, lo scivolone sarebbe dovuto partire da un escremento di cane? Banana come «significante» di «significati» irriferibili, un espediente che tornerà spesso utile a chi l’arte la crea. Esotica e proibita, come il costume di Joséphine Baker che, guarda caso, era fatto di banane.

Josephine Baker balla nel costume di banane

Ragni in viaggio su Banana Boat
Una leggenda metropolitana molto popolare fino agli anni Cinquanta ruotava intorno alla diffusione in giro per il mondo di ragni velenosi viaggianti nei caschi di banana. Storiella così popolare da finire immortalata in Day-O (Banana Boat Song), canto popolare giamaicano ascrivibile al genere calypso portato al successo da Harry Belafonte. «Come, mister tallyman, tally me banana/ Daylight come and we wanna go home». Alla lettera: «Vieni signor contabile, fai il conteggio delle mie banane/La luce del giorno arriva e noi vogliamo andare a casa». Perché, per chi non l’avesse capito, era un pezzo sulle precarie condizioni di vita e lavoro sulle bananiere.

Si prega di non fumare (la buccia)
Molte pure le leggende metropolitane «musicali» sorte intorno alle banane. La più celebre, legata agli anni del Movimento, si riferisce alla proprietà allucinogena della buccia opportunamente essiccata e fumata. Cosa c’entra la musica? Chiedete a Country Joe McDonald, eroe di Woodstock che avrebbe direttamente sperimentato la ricetta. Ma pure a Donovan che, in quegli anni fantasiosi, faceva in tempo a infilare una «electric banana» nel testo di Mellow Yellow (1967).

La banana della copertina di «The Velvet Underground and Nico»

La Banana di Warhol
E veniamo alle arti figurative, alla simpatia surrealista verso le banane di Salvador Dalì - dalla dinamica forma dei baffi, secondo qualcuno ispirata proprio al frutto, alla torta di banane che preparava nel tempo libero -, alle mangiatrici di banane extra large di Fernando Botero ma soprattutto alla copertina di The Velvet Underground & Nico (1967), firmata da Andy Warhol, scopritore, produttore e protettore della band di Lou Reed: una banana «sbucciabile» che, una volta sbucciata e con grande sorpresa dello sbucciatore, si scopriva ultra violetta. Più che plausibile che Cattelan, quasi tardo epigono della pop art, abbia guardato in direzione Warhol per inventarsi Comedian.

«Ma ’ndo vai
Altrettanto plausibile che a Warhol sarebbe piaciuta la saga di animazione Cattivissimo Me. Non tanto per Gru, cattivone protagonista, ma per l’imprescindibile apporto dei Minions, esserini gialli che ne rappresentano il seguito. Grido di battaglia: banana! C’è il tormentone dell’«unico frutto dell’amor», ma alle nostre latitudini, più modestamente, siamo cresciuti con Bud Spencer in versione Banana Joe (1982), tra i sogni infranti di Polvere di stelle (1973), con Alberto Sordi che non esitava a indirizzare a Monica Vitti il coro felicemente becero «Ma ’ndò vai/ se la banana non ce l’hai?». O con le raccomandazioni di Roberto Benigni nel finale di Johnny Stecchino (1991): «Se tu vai a Palermo, non toccare le banane!». Il maestro Datuna è avvisato.

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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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