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Non solo Cile: perché il Sud America è una polveriera

Il presidente del Paese più ricco dell’America meridionale dichiara lo stato d’emergenza. Ma neanche Argentina, Brasile ed Ecuador se la passano benissimo. Effetto di America First? Una cosa è certa: l’instabilità economica crea turbolenze politiche

di Marco Valsania

Cile, aumento delle tariffe bloccato ma continuano le proteste

6' di lettura

New York - L’America Latina esplode, percorsa da un’ondata di proteste e violenza scatenata da un groviglio di crisi economiche, aumenti dei costi e tensioni sociali e politiche. In Cile, oggi forse il Paese più ricco nel continente, il presidente Sebastian Pinera ha dichiarato un diffuso stato d’emergenza per la prima volta dall’era della dittatura di Augusto Pinochet. E si contano le vittime, almeno sette, innescate da rincari poi sospesi nei trasporti e da boom della diseguaglianza.

L’instabilità dell’area
Non è affatto un caso isolato. In Ecuador le dimostrazioni che hanno scosso il governo di Lenin Moreno hanno preso spinta dalla fine di sussidi per il carburante. In Argentina, alla vigilia di cruciali elezioni il 27 ottobre, è fresca la sollevazione contro il presidente Mauricio Macri e le sue politiche di tagli nella spesa, che hanno portato all’introduzione di controlli sui movimenti dei capitali e lo vedono arrancare nei sondaggi. Il Brasile è al centro di battaglie politiche e scandali di corruzione mentre l’economia si avvita in una spirale discendente sotto il controverso neo-presidente populista di ultra-destra Jair Bolsonaro. Tutto questo senza neppure contare il protratto collasso del Venezuela sotto il regime di Manuel Maduro, dove oltre 4 milioni di cittadini sono fuggiti dal Paese.

Cile, stato di emergenza dopo le proteste per il caro-biglietti

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Gli effetti di America First
L’America Latina torna così al centro anche delle preoccupazioni degli investitori oltre che degli analisti e osservatori, un fenomeno ripetutamente e tragicamente avvenuto nella sua storia. Una preoccupazione resa oggi ancora più cupa dal palese disinteresse del grande vicino del Nord, dell’amministrazione degli Stati Uniti di Donald Trump con la sua strategia quasi-isolazionista di America First. Stando alle stime del Fondo Monetario Internazionale, la crescita nella regione che comprende America Latina e Caraibi dovrebbe arrestarsi quest’anno a un impercettibile 0,2% dopo lo 0,6% medio registrato nel più recente quinquennio e previsto ancora a luglio, quando era stato gia più che dimezzato.

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Se si ferma la spinta che va avanti dal 2000
L’esaurimento ormai della spinta arrivata dal 2000 e in anni successivi dalle commodities - che inaridendo le risorse si traduce in stop alla crescita e impennate del debito pubblico (salito al 78% del Pil dal 515 dieci anni fa) - ha allungato ombre sempre più dense e gravide di conseguenze sul futuro, portando i nodi al pettine. Le recenti svolte conservatrici o di destra populista tra numerosi e influenti governi della regione non hanno affatto mantenuto promesse di portare nuova crescita, stabilità e trasparenza con riforme di mercato. Anzi, oggi rischiano di aggravare impoverimento, collassi dei deboli ceti medi, drammi di corruzione e spirali di esasperate proteste per l’assenza di qualunque riforma efficace. Tuttora oltre il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà o estrema povertà, ai massimi da dieci anni.

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La grande stagnazione
Il brusco e forte riemergere del rischio politico e economico, radice di una violenza divenuta impossibile da ignorare, è ora sotto i riflettori di tutti. «Gli investitori che si fossero entusiasmati per svolte a destra hanno sottovalutato le sfide», ha detto a Bloomberg il managing director per l’America Latina di Eurasia Group Daniel Kerner. «I presidenti dei vari Paesi sono presi tra la necessità di imporre cambi di rotta e l’incapacità di realizzarli. Quasi ovunque ci sono governi impopolari con problemi fiscali che fanno i conti con elettori furiosi e stanchi di corruzione, cattivi servizi pubblici e mancanza di dinamismo economico». Al quotidiano Miami Herald il direttore del programma sull’America Latina del Woodrow Wilson International Center for Scholars, Cynthia Arnson, ha aggiunto che «certamente la crescita mediocre nella regione è una ragione cruciale di quanto accade. Ci sono semplicemente meno risorse, soprattutto quando paragonate al boom del decennio di Duemila. La stagnazione economica è lo scenario di fondo che consente di capire gli eventi».

Il caso Messico
Il brusco aggravarsi della crisi ha toccato anche il Messico, parte dell’accordo di libero scambio nordamericano e che di recente ha eletto un governo sulla carta ispirato a un populismo più progressista. Il Paese vacilla sull’orlo di una recessione e studia un piano infrastrutturale per evitarla. «C’è il chiaro senso che è importante garantire qualche tipo di sviluppo economico che affronti anche le diseguaglianze, che possono peggiorare in una fase di rallentamento dell'economia globale e di incertezze commerciali», ha detto durante gli incontri annuali a Washington il Ministro delle Finanze del Paese Arturo Herrera. Ma a distanza di pochi giorni gli irrisolti drammi sociali e politici messicani sono saliti alla ribalta quando il governo è stato costretto a rilasciare il figlio del noto trafficante di droga conosciuto come «El Chapo» dopo che le milizie del «cartello» del narcotraffico avevano battuto sul campo gli agenti federali.

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Una bomba sociale
L’ultima miccia che ha fatto esplodere le ferite socio-economiche più profonde, come spesso accade in America Latina, è stata fornita anzitutto da rincari di servizi essenziali o prodotti di prima necessità in un clima economico fragile. Nel caso del Cile, al momento diventato il più drammatico, la polizia e le forze armate hanno usato cannoni ad acqua contro i dimostranti. Molte scuole e aziende sono paralizzati. Numerosi anche gli episodi di saccheggio. Nei sobborghi della capitale Santiago, il saccheggio di una fabbrica di abbigliamento ha portato al suo incendio e nel rogo sono stati rinvenuti poi cinque cadaveri. Forse altri tre morti si sono contati nell’incendio di un supermercato sabato 19 ottobre sempre nella capitale. Il Ministero degli interni ha ufficialmente contato finora sette vittime nel Paese ma il bilancio appare provvisorio, con 70 episodi di «seria violenza» tra cui 40 saccheggi. Oltre diecimila soldati pattugliano le strade e sono scattati 1.400 arresti. Il Presidente Pinera, un miliardario conservatore, ha sollevato ulteriori critiche apostrofando tutti i dimostranti come «criminali», come un «nemico implacabile e potente», e invitato la popolazione a unirsi al suo governo nel combattere «delinquenza violenza».

Violenza in Ecuador
Una simile dinamica di crisi e proteste aveva già riguardato l’Ecuador. Recenti proteste e violenti scontri con le forze dell’ordine hanno mietuto sette vittime, con oltre 1.500 feriti tra cui 435 agenti di polizia. Una violenza scatenata dal tentativo, poi annullato, di eliminare tradizionali sussidi sulla benzina pari a 1,3 miliardi come parte di una strategia di austerità e risparmi necessari per confermare prestiti da 4,2 miliardi del Fondo Monetario.

Effetto Bolsonaro
In Brasile, intanto, una dura recessione nel 2015 e 2016 aveva visto il Pil contrarsi del 7% e da allora una ripresa è stata al più molto debole, al passo dell’1,1% nei due anni passati. Da inizio anno gli analisti hanno ormai dimezzato le loro previsioni per il 2019 a simili percentuali. Bolsonaro e in rotta con il suo stesso partito in Parlamento, ogni agenda di riforma appare impantanata e volano accuse di nepotismo e incompetenza. In Perù recenti escalation di crisi hanno visto per oggetto piuttosto esasperazione per la corruzione e il crimine, con il presidente Martin Vizcarra che in risposta ha dissolto il Parlamento e ordinato nuove elezioni, una mossa rivelatasi al momento popolare.

Quando dorme il gigante americano
Ma rimane il Cile a essersi trasformato in simbolo stesso delle ferite del continente e della bufera che scuote la sua classe politica. È tra i paesi più ricchi come anche tra quelli con le più gravi sperequazioni. L’Ocse nelle sue classifiche sulla diseguaglianza del reddito lo vede in testa tra 35 nazioni considerate, davanti al Messico. La mancanza di attenzione all’intera regione da parte degli Stati Uniti e dell’amministrazione di Donald Trump - con l’eccezione dei nemici Cuba e Venezuela, dove però i suoi sforzi aperti di far cacciare Nicolas Maduro si sono semmai rivelati controproducenti - non aiuta. Un quotidiano come il già menzionato Miami Herald, espressione di una città americana che ha stretti legami di business oltre che familiari con l’America Latina, ha recentemente concluso che «dal Perù all’Ecuador, da Haiti all’Honduras, i segni di problemi sono stati ignorati da Washington. Alimentati da declino economico, proteste crescenti, rabbia per la corruzione e una indebolita influenza statunitense, i focolai di crisi si moltiplicano».

Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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