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Non solo deficit per l’emergenza, occorre anche una risposta europea

Non è pensabile, in una situazione di straordinaria emergenza quale quella che stiamo vivendo, che l’Europa non reagisca in modo tempestivo e coordinato con politiche di sostegno che possano tranquillizzare i mercati e creare ulteriori spazi fiscali

di Dino Pesole

Coronavirus,Ue: esploriamo flessibilità su conti pubblici e aiuti

Non è pensabile, in una situazione di straordinaria emergenza quale quella che stiamo vivendo, che l’Europa non reagisca in modo tempestivo e coordinato con politiche di sostegno che possano tranquillizzare i mercati e creare ulteriori spazi fiscali


4' di lettura

Con la richiesta di nuova flessibilità di bilancio, che il Parlamento si accinge ad approvare (domani è previsto il voto a maggioranza assoluta, come prevede la “legge rinforzata” del 2012), il deficit del 2020 si avvia a raggiungere quota 2,5% del Pil, rispetto al 2,2% stimato finora. Nulla di particolarmente gravoso e insostenibile, se non fosse che i 6,3 miliardi di maggiore effetto sull’indebitamento di quest'anno (7,5 miliardi se calcolati sul saldo netto da finanziare), rischiano di essere largamente insufficienti a far fronte al duplice shock rappresentato dall’impatto dell’epidemia da coronavirus sull’economia italiana e dall’emergenza sanitaria. Per questo è probabile che si vada anche oltre.

Un duplice shock
Il problema – come del resto si sta evidenziando un po' ovunque nello scenario globale – è che siamo in presenza di un drastico rallentamento sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda. Assenza e scarsità di materie prime si accompagnano in sostanza a una brusca contrazione dell’attività produttiva, con conseguenze gravi per quel che riguarda l’andamento di consumi e investimenti, con un impatto molto negativo sulle aspettative. Da noi, lo tsunami coronavirus si abbatte su un’economia già in drastico rallentamento, come mostra il vistoso arretramento dell’ultimo trimestre del 2019 (-0,3% rispetto al trimestre precedente), con una variazione tendenziale rispetto all’anno precedente dello 0,1%. Entro il 10 aprile il Governo presenterà le nuove stime che saranno inserite nel Documento di economia e finanza, e si va verso una drastica revisione al ribasso rispetto all'incremento dello 0,6% del Pil stimato dagli ultimi documenti programmatici. Le misure più urgenti servono far fronte all’emergenza sanitaria, e a creare una prima rete di protezione per famiglie e imprese. Stanziamenti fondamentali ma non risolutivi.

Occorre una reazione forte da parte dell'Europa
Non è pensabile, in una situazione di straordinaria emergenza quale quella che stiamo vivendo, che l’Europa non reagisca in modo tempestivo e coordinato. In che modo? Affiancando le misure che l'Italia e gli altri paesi stanno mettendo in atto per fronteggiare le conseguenze dell'epidemia, con politiche di sostegno che possano tranquillizzare i mercati e creare ulteriori spazi fiscali. In poche parole, è necessario che l’Unione europea replichi il “whatever it takes” con cui Mario Draghi alla guida della Bce scongiurò nel 2012 la più grave crisi finanziaria del secondo dopoguerra. Azione che ora non può più essere affidata alla politica monetaria, ma che necessita di strumenti propri della politica economica, sia dal lato della domanda che da quello dell'offerta.

Oltre la flessibilità
Va certamente nella giusta direzione la decisione assunta dalla Commissione europea di non considerare, ai fini del calcolo del deficit strutturale, le spese una tantum che il Governo sta mettendo in campo per affrontare l'emergenza. Occorre andare oltre i pur opportuni spazi fiscali concessi ai paesi membri, già ampiamenti previsti dalla Comunicazione sulla flessibilità varata nel gennaio del 2015 dalla Commissione presieduta da Jean Claude Juncker. In poche parole, piuttosto che esercitarsi in acrobatiche ulteriori “eccezioni” da individuare all’interno dell’attuale disciplina di bilancio, è giunto il momento di mettere in campo strumenti finora mai decollati, come gli eurobond diretti al sostegno della domanda, ma anche ricorrere a una temporanea deroga che preveda lo scorporo totale dei finanziamenti e delle spese dirette agli investimenti e alle spese necessarie per sostenere i sistemi sanitari nazionali. Ed è certamente giunto il tempo di mettere mano alla revisione di parametri ormai giudicati unanimemente inadatti a rappresentare lo stato di salute della finanza pubblica, come il deficit strutturale e l'output gap. Per non parlare del tetto al debito, fissato al 60% del Pil dal Trattato di Maastricht del 1992, ampiamente valicato da gran parte dei paesi. Una decisione concordata in sede europea con il sostegno della Bce tranquillizzerebbe i mercati, e scongiurerebbe lo spettro di una nuova, grave crisi finanziaria.

Il rischio del ricorso al maggiore deficit
Il tutto nella constatazione che ricorrere al maggior deficit, soprattutto per paesi ad alto debito come l'Italia, comporta comunque un onere. Si chiedono maggiori prestiti ai mercati, ma poi l’onere finisce per scaricarsi sulle generazioni future e il debito non può che aumentare. Ecco perché lo scostamento dagli obiettivi programmati, ancorché inevitabile in questa fase, non può costituire l’unica arma per contrastare l’emergenza. In mancanza di una risposta europea forte e immediata, la reazione dei mercati non potrà che essere negativa. Lo attesta il tonfo delle borse, e l’impennata dello spread, che ha arrestato drasticamente la tendenza alla discesa in atto dalla seconda metà dello scorso anno. A novembre del 2019, si erano messi in cantiere risparmi nella spesa per interessi pari a 38,5 miliardi nel quadriennio 2019-2022. Nello scenario anteriore all’esplodere del coronavirus, l’onere per il finanziamento del debito era stimato al 3,3% del Pil (rispetto al 3,4% del 2019) e in discesa fino al 2,9% nel 2022 (52,2 miliardi). Risparmi consistenti rispetto a quanto prevedevano i documenti programmatici di un anno fa, che partivano dal 3,6% per attestarsi al 3,8% nel 2022 (68,4 miliardi). La nuova impennata dello spread, accanto alla drastica contrazione del pil, rischiano di annullare l’effetto positivo che si è registrato lo scorso anno grazie al buon andamento delle entrate. E il deficit non potrà che subirne gli effetti. Ecco perché occorre reagire e in fretta.

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