Opinioni

Non solo Duflo, gli astri nascenti dell’economia parlano francese

di Andrea Goldstein


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(via REUTERS)

4' di lettura

Del profilo del premio Nobel per l’Economia Esther Duflo, è più significativo che sia donna (appena la seconda), 47enne (di gran lunga la più giovane), esperta di povertà (come Amartya Sen nel 1991) e sposata a uno dei premiati (la prima coppia a ricevere il riconoscimento), piuttosto che la nazionalità. Sono infatti passati solo cinque anni dall’incoronazione di Jean Tirole, lo specialista di regolamentazione dei mercati, e nel complesso la Francia è superata solo da Stati Uniti e Regno Unito nella “classifica” per nazioni. Lo stesso vale per la medaglia Bates Clark, che va al più brillante economista under 40 che lavori negli Stati Uniti, e che ha già premiato due francesi.

Che sono in questo momento molto alla moda oltreoceano, complice il fatto che il Nobel è coinciso con la pubblicazione quasi simultanea da parte di quattro di essi di tre libri (due per ora solo in inglese) e che Olivier Blanchard ha appena presieduto l’American Economic Association (come fece Gérard Debreu nel 1990).

La popolarità di Emmanuel Saez e Gabriel Zucman si deve sia alla “scoperta” (fatta utilizzando Taxjusticenow.org, il loro simulatore degli effetti delle riforme fiscali) che grazie a Donald Trump i 400 più ricchi contribuenti americani pagano proporzionalmente meno tasse sul reddito che la media nazionale (23% vs 28%), sia a Elizabeth Warren, che dal loro libro The Triumph of Injustice ha adottato la proposta di introdurre una mega aliquota del 90% sugli ultra-ricchi con un patrimonio oltre 50 milioni di dollari. A soli 32 anni, Zucman è recidivo: tratto dal suo Ph.D. sui paradisi fiscali, La Richesse cachée des nations è stato tradotto in 18 lingue. Vincitore della Bates Clark nel 2009, Saez invece si considera più bravo come surfista che economista – sfatando la vulgata che associa la dismal science al loden d’ordinanza.

I due studiosi di Berkeley sono dei Piketty boys”. Del loro mentore, che prima di rientrare in patria aveva insegnato al Mit e che in America ha venduto mezzo milione di copie di Il Capitale nel XXI secolo, è appena uscito in Francia un libro altrettanto ambizioso (e corposo). La tesi di Capital et idéologie è che il grado di ineguaglianza è una scelta politica, ammantata da spiegazioni pseudo-scientifiche che rimandano alla sacralità della proprietà privata e alla mitica meritocrazia. La storia non è insomma solo una lotta di classe, ma piuttosto una contesa tra ideologie, e a trionfare di solito è quella difesa dai ricchi.

Invece The Great Reversal. How America Gave Up on Free Markets di Thomas Philippon, professore di Finanza alla New York University, è una denuncia della cartellizzazione dell’economia americana nei due decenni che sono trascorsi da quando il giovane polytechnicien arrivò a Mit. Computer, Internet, telefonino, aereo – tutto era a buon mercato grazie alla concorrenza, ora è più caro che in Europa. Mentre gli investimenti stagnano, i profitti aumentano, il che non sorprende dato che i mercati sono sempre più concentrati: quattro compagnie aeree, tre operatori telefonici. Anche per questa analisi industriale, sullo sfondo si staglia la Grande questione del nostro tempo – le diseguaglianze e la crisi del ceto medio.

La forte presenza nell’accademia americana non è una prerogativa francese (nel dipartimento di Economia di Chicago, per esempio, sono altrettanto numerosi gli italiani, e se la Duflo dirige l’American economic review, il bocconiano di Berkeley Enrico Moretti è editor del Journal of economic perspectives). Ciò che sorprende è che la loro popolarità valichi i confini dei campus. Evidentemente emuli di Emile Zola, gli economisti francesi non hanno paura di affrontare i grandi temi e hanno un successo di pubblico da far venire l’ulcera a chi conosce le esigue cifre di vendita della saggistica in Italia. Tra gli autori capaci di unire curiosità intellettuale, rigore scientifico e scrittura accattivante, il capofila è senza dubbio Daniel Cohen, macroeconomista dai molteplici interessi, dal futuro del lavoro alle determinanti del populismo. Senza dimenticare altri mostri sacri come Philippe Aghion (uno dei padri della moderna teoria della crescita, ora al Collège de France dopo un lungo periodo ad Harvard), Patrick Artus e François Bourguignon (specialista delle ineguaglianze ed ex capo economista della Banca mondiale), o i più giovani Augustin Landier e David Thesmar. Tutti si sono cimentati nel difficile esercizio di divulgare i risultati della ricerca, sempre più impregnata da formule matematiche per formalizzare le teorie e da metodi quantitativi per validarle, e partecipare in questo modo al dibattito politico e alla formulazione delle politiche pubbliche.

Quanto a Blanchard, è ormai in pensione dal Mit, ma il suo discorso alla conferenza di gennaio dell’Aea sta avendo un grosso impatto sul dibattito globale. L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale sostiene che, dato che i tassi sono destinati a restare a lungo molto bassi, la politica fiscale dovrebbe essere molto più espansiva.

Cohen, alunno e professore della Normale, è stato anche il primo direttore della Paris school of economics (Pse). La creazione di un polo di eccellenza, raggruppando vari istituti con diverse matrici istituzionali, ma anche tradizioni e orientamenti, è uno dei punti di forza della scienza economica francese e infatti tutte le star sono passate dalla Pse. Che fa certo gioco sulla grande qualità dell’insegnamento della matematica in Francia, ma anche sulla dialettica tra ricercatori che, come appunto Cohen, non considerano la loro disciplina superiore alle altre scienze sociali. Tanto che gli economisti, che altrove sono regolarmente tacciati di neo-liberalismo, in Francia sono considerati di sinistra (anche se Philippon è scettico su un altro elemento della Warrenomics, lo smantellamento di Google, Apple, Facebook e Amazon). Il che non impedisce che Pse, come la Toulouse school of economics di Tirole, sia generosamente sostenuta dalle imprese, liberando i ricercatori dalla maledizione delle consulenze per campare.

E ora sintonizziamoci sui talk show italiani per sentire i nostri pseudo esperti economisti.

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