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Non solo Fca: da Ubs a Apple a Kering, così il fisco ha già recuperato 2,2 miliardi

Verifiche e controlli negli ultimi anni hanno portato una valanga di accordi: nel mirino i rapporti con paesi con una fiscalità più vantaggiosa

di Giuseppe Latour


L’Agenzia delle entrate chiede a Fca un miliardo di tasse arretrate

5' di lettura

Kering, Ubs, Apple, Mediolanum. E, ancora, Facebook, Google, Amazon. La contestazione dell’agenzia delle Entrate a Fca non è un caso isolato. Analizzando il ruolino di marcia della nostra amministrazione fiscale negli ultimi anni, emerge con chiarezza una tendenza: colpire con verifiche e controlli quei big (del web e non solo) per i ricavi ottenuti in Italia, anche se fatturati da controllate in altri Paesi con fiscalità di maggior vantaggio.

Oltre due miliardi recuperati
L’attività di agenzia delle Entrate, Procure (in particolar modo quella di Milano) e Guardia di Finanza ha portato a moltissime contestazioni. Attraverso le quali sono stati recuperati complessivamente circa 2,2 miliardi di euro.

Le operazioni delle Entrate
Numeri che pesano sul bilancio dell’agenzia delle Entrate. Basti pensare che, anche grazie al denaro recuperato attraverso questo tipo di operazioni, i dati sulle entrate tributarie dei primi sette mesi del 2019 hanno evidenziato un forte aumento alla voce accertamento e controllo. Solo a luglio sono arrivati 494 milioni in più (di cui 448 per l’Ires) rispetto allo stesso mese del 2018. Una tendenza confermata nei mesi successivi, per effetto del piano di pagamenti di Kering (titolare del marchio Gucci).

Le contestazioni più frequenti
Gli schemi contestati negli ultimi anni dall’agenzia delle Entrate sono diversi. Ma quello più frequente riguarda la sottovalutazione degli utili generati in Italia, che vengono trasferiti ad altre società straniere per usufruire di una tassazione più favorevole. Questo si accompagna, nel caso dei big del digitale, al tema della stabile organizzazione, cioè la sede fissa delle società straniere in Italia, che è solitamente il presupporto per la tassazione. È evidente che, nel campo del digitale, questo concetto è molto sfumato e rende più difficile la tassazione.

Il caso Kering
Proprio quello di Kering rappresenta l’ultimo caso clamoroso. Le contestazioni riguardavano una società svizzera del gruppo, Luxury Goods International (Lgi), alla quale - secondo l’Agenzia - venivano trasferiti proventi in realtà realizzati in Italia da Gucci per sfruttare una tassazione migliore. In sostanza, veniva contestata l’esistenza di una struttura permanente di Lgi in Italia nel periodo 2011-2017: a questa la Gucci spa avrebbe trasferito degli utili.

Accordo da oltre un miliardo
Kering ha definito il contenzioso con il fisco italiano attraverso la procedura di accertamento con adesione, una procedura che consente al contribuente di definire le imposte dovute ed evitare la lite tributaria vera e propria. Per effetto di questo accordo, il gruppo a maggio dello scorso anno si è impegnato a versare 1,25 miliardi di euro: 897 milioni di euro di tasse, cui si aggiungono multe e interessi.

L’accordo di Ubs
A luglio di quest’anno è stato definito un altro importante accordo con Ubs. Il gruppo bancario svizzero ha chiuso il contenzioso con l’Italia per evasione fiscale con un accordo da 101 milioni di euro. Le contestazioni, in quel caso, riguardavano operazioni effettuate nell’arco di cinque anni dal 2012 e partivano dall’attività di contrasto illeciti dell’agenzia delle Entrate, di concerto con la procura della repubblica di Milano.

Mancata dichiarazione
I rilievi riguardavano la mancata dichiarazione di redditi di capitale e redditi di impresa, oltre alle sanzioni per la violazione degli obblighi sul monitoraggio fiscale. Attraverso l’accordo è stato possibile formalizzare la presenza in Italia di Ubs per le successive annualità di imposta, con la relativa presentazione della dichiarazione e la garanzia di entrate tributarie costanti nel nostro paese.

Doppio accordo con Mediolanum
A dicembre del 2018 c’è stato, poi, un doppio accordo tra il Gruppo Mediolanum e l’agenzia delle Entrate, che ha portato il pagamento di circa 79 milioni di euro per sanare contestazioni sui rapporti con due controllate: 72 relativi all’irlandese Mediolanum international funds limited e 7 relativi alla lussemburghese Gamax management AG. In quel caso, molto articolato, veniva contestato che Mediolanum international funds fosse italiana e non irlandese, con conseguenze rilevanti int ermini di maggiore tassazione. Con quell’accordo è stato ricosciuto, tra le altre cose, che la società operava effettivamente in Irlanda.

I giganti del digitale
C’è, poi, tutto il filone dei colossi del digitale. Da loro, nel corso degli ultimi anni, l’agenzia delle Entrate ha recuperato, con diverse operazioni, una cifra vicina al miliardo di euro. A partire da Facebook. Secondo la ricostruzione dell’agenzia, che nel 2018 ha messo sotto la lente il periodo compreso tra il 2010 e il 2016, il colosso statunitense aveva creato un’organizzazione di filiali societarie, come Facebook Ireland limited (operante in Europa) e Facebook Ireland holdings (con sede alle isole Cayman), con l’obiettivo di versare meno tasse.

Pagamento di 100 milioni
I rilievi sono stati tradotti in un processo verbale di constatazione (Pvc) e hanno portato i militari delle Fiamme gialle a calcolare per i periodi d’imposta messi sotto osservazione 296,7 milioni di imponibili non dichiarati su cui poi rideterminare le imposte dovute con sanzioni e interessi. Poi, per il versante fiscale, con la trasmissione del Pvc all’agenzia delle Entrate ne è scaturita la procedura di confronto e di approfondimento che ha portato all’accertamento con adesione. Dopo una parziale riconfigurazione delle contestazioni iniziali, si è arrivati al pagamento di oltre 100 milioni di euro.

L’accordo di Amazon
A fine 2017 il gigante dell’e-commerce ha firmato con le Entrate un accertamento con adesione dal valore di 100 milioni di euro. Si trattava di un accordo finalizzato a risolvere le potenziali controversie relative alle indagini fiscali, condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dalla Procura di Milano, relative al periodo tra il 2011 e il 2015. Amazon ha pagato nel complesso 100 milioni, riferibili ad Amazon Eu e ad Amazon Italia services. Con quell’accordo è stato fissato uno schema per la corretta futura tassazione in Italia delle attività riferibili al nostro paese.

Il caso Google
A maggio del 2017 anche Google aveva aderito ai rilievi del Fisco italiano, per oltre 306 milioni di euro. Il gigante del web ha scelto di risolvere le potenziali controversie relative alle indagini fiscali, condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dalla Procura di Milano, relative al periodo 2009-2013. Le somme versate erano comprensive anche degli importi riferibili al biennio 2014 e 2015 e a un vecchio contenzioso relativo al periodo 2002-2006.

Il caso Apple
Alla fine del 2015, infine, Apple ha pagato al Fisco italiano un importo pari a 318 milioni di euro. Si trattava dell’intera somma contestata dall’agenzia delle Entrate, a seguito di una complessa indagine che è stata condotta, in particolare, dal nucleo antifrode e dall’ufficio Grandi contribuenti. La società di Cupertino ha firmato un accertamento con adesione con le Entrate accettando tutti i rilievi che sono stati formulati dall’amministrazione finanziaria italiana.

Per approfondire
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