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Non solo gas e petrolio, così l’export russo prova a cambiare volto

di Antonio Fallico

(F1online / AGF)

3' di lettura

È opinione diffusa che l’economia russa dipenda dalle materie prime e dal fatto di essere, quasi esclusivamente, un fornitore di petrolio e di gas in tutto il mondo. Una visione radicata anche in molti russi. Anni fa un noto politico americano disse che la Russia moderna avrebbe dovuto accontentarsi di essere la pompa di benzina dell’Occidente.

Certamente le fonti energetiche, come altre materie prime di cui il Paese è ricco, costituiscono la maggior parte delle sue esportazioni (52% del totale nel 2020). Ma è interessante notare che la loro struttura sta cambiando abbastanza rapidamente. Il governo sta promuovendo la crescita delle esportazioni «non di materie prime», per utilizzare l’espressione in uso a Mosca. La finalità è chiara: diminuire la dipendenza dalla congiuntura petrolifera e aumentare il valore aggiunto delle merci fornite ai mercati globali. Fino a poco tempo fa, l’accoppiata rublo-petrolio era inseparabile. La correlazione era forte e diretta: il barile saliva, il rublo lo seguiva, e viceversa. Oggi questa equazione è solo parzialmente vera, cosa che consente di affermare che il mercato, spontaneamente, tiene già conto di questa realtà in evoluzione.

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I dati del commercio estero russo al 2021 non sono ancora disponibili, ma si può avere un’idea di tendenze e risultati. Il ministro dell’Industria e del commercio, Denis Manturov, ha informato qualche giorno fa che l’anno scorso le esportazioni del settore industriale e manifatturiero sono cresciute del 30% e quelle agroalimentari del 15 per cento. Veronica Nikishina, direttore generale del Centro russo per le esportazioni, un’agenzia governativa, ha affermato che tra gennaio e ottobre 2021 le esportazioni non energetiche e diverse da altre materie prime avevano raggiunto i 153 miliardi di dollari, superando i dati del 2018. Secondo le proiezioni, i risultati per l’intero 2021 dovrebbero attestarsi tra i 185 e i 190 miliardi. I mercati più importanti per queste produzioni sono Cina (l’export atteso per il 2021 è di 11,4 miliardi di dollari), Kazakhstan (9,8 miliardi), Turchia (8,08 miliardi), Bielorussia (8,01 miliardi) e Usa (5,6 miliardi).

Nei primi dieci mesi dell’anno scorso i settori merceologici diversi dalle materie prime a maggior tasso di crescita sono stati: metallurgia (+60%), chimica (+49%), produzioni a base di legno (+42%) e macchinari (+30%). I dieci prodotti più richiesti erano semilavorati siderurgici, platinoidi, grano, alluminio e leghe, legno lavorato, lamiera, rame lavorato, concimi vari, olio di semi, concimi azotati. Vengono esportati anche prodotti e servizi ad alta tecnologia, nei settori automotive e aerospaziale, oltre a microchip.

La struttura del commercio estero, contraddistinta dalla prevalenza delle materie prime, ha accompagnato tutto lo sviluppo della Russia. Nella Cronaca degli anni passati di Nestor di Pečerska (inizio del XII secolo) si scrive che il Paese vendeva all’estero pellicce, cera e miele. Ma varie fonti testimoniano che venivano esportati anche tessuti di lino, pelli lavorate, tinture e perfino cotte di maglia. Le pellicce pregiate rimasero ai primi posti delle esportazioni russe dei secoli successivi, ma aumentò il numero dei prodotti finiti. Dal XV al XVII secolo i russi cominciarono a vendere sale, stoviglie in legno, cablaggi per cavalli, armi varie e caviale. Molti prodotti “tecnici” partivano verso l’Europa: canapa, corde, resina, catrame. Nel Seicento si ebbero le prime forniture di grano russo in Europa, che successivamente divenne il principale prodotto scambiato con l’estero. Tra Ottocento e Novecento il tipo di grano duro più apprezzato in Italia per la fabbricazione della pasta era prodotto nella Russia Meridionale.

Nel XVIII secolo la Russia divenne uno dei principali esportatori di ferro, ma i generi alimentari rimasero la locomotiva delle esportazioni: negli anni 70 dell’800 rappresentavano il 55-60% di tutti i beni che il Paese vendeva, un po’ come il petrolio e il gas nei tempi più recenti. Al termine della Seconda Guerra Mondiale le forniture energetiche rappresentavano appena il 15% dell’export, ma dagli anni 70 cominciarono a primeggiare.

La Federazione Russa fa parte, con altri quattro Stati ex-sovietici, della giovanissima (poiché è nata nel 2015) Unione economica eurasiatica (Ueea). Questa organizzazione facilita le esportazioni e la vendita di merci prodotte nei mercati di Paesi terzi, tramite Accordi di libero scambio. Oggi ce ne sono quattro: con il Vietnam, l’Iran, la Serbia e Singapore (non ancora in vigore). Inoltre, l’Ueea sta negoziando tali accordi con Egitto (in fase molto avanzata), Israele e, uno ancora più ampio, con l’Iran. Ma sono in corso negoziati anche con India, Indonesia e Mongolia.

La politica commerciale all’interno di tali accordi Ueea riguarda oggi 280 milioni di persone, per un Pil di circa 750 miliardi di dollari. Per usufruire di queste opportunità è necessario localizzare la produzione delle merci da esportazione in Russia o in altri Paesi Ueea. Queste esportazioni sono libere da barriere amministrative, in piena conformità con le regole del Wto e sono possibili anche accordi bilaterali, come i corridoi verdi o digitali.

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