EUROPA divisa

Non solo Orban e Kaczynski: il populismo avanza a Est

di Luca Veronese

Campagna contro l’immigrazione. Il premier ungherese Viktor Orban durante un comizio a Budapest. In Ungheria si vota l’8 aprile

3' di lettura

L’Europa dell’Est si sta allontanando dal nucleo centrale dell’Unione. La deriva nazionalista avviata da Viktor Orban in Ungheria ha trovato da anni un solido alleato nella Polonia di Jaroslaw Kaczynski. La spaccatura, con Bruxelles e con i Paesi occidentali, è evidente anche se si guarda a una serie di accadimenti di queste settimane: l’elezione alla presidenza della Repubblica Ceca del filorusso Milos Zeman; le controverse riforme della Romania messa sotto osservazione dalla Commissione; la crisi di governo e le rivolte di piazza in Slovacchia che stanno favorendo i partiti di destra; alcuni segnali che vengono dai Balcani, e dalla Serbia in particolare, che pur coinvolta nella strategia di allargamento della Commissione Ue mantiene legami strettissimi con Mosca.

Il continente europeo è diviso come non accadeva dalla Guerra Fredda e di certo le contrapposizioni tra l’Occidente e la Russia hanno un ruolo nella deriva dell’Est. A questo si aggiunge l’imprevedibilità degli Usa di Donald Trump, un vero idolo per molti leader dell’area. Mentre la diplomazia economica della Cina mette pressioni sui governi. E Brexit apre prospettive del tutto inattese.

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La Germania e la Francia vogliono «più Europa»: tentano di rianimare l’Unione, rilanciando le riforme, a partire dall’economia, per creare un blocco più solido, attorno all’euro. Hanno l’appoggio di Italia e Spagna. Trovano però resistenze nei Paesi del Nord che - guardando alla mutualizzazione del debito - non si fidano del Sud mediterraneo. È Emmanuel Macron a proporsi alla testa di questo nuovo euroattivismo, a costo di lasciare indietro qualcuno: «Dobbiamo fare dell’Europa una potenza in tutti i settori. Ma non possiamo - ha detto il presidente francese - aspettare che tutti siano pronti. Chi non lo è non può fermare gli altri».

In direzione opposta si muovono sempre più Paesi dell’Europa centro-orientale: attorno a Ungheria e Polonia si è consolidata la convinzione - ribadita dallo stesso Orban - che «le democrazie occidentali sono ormai fallite»,che «l’Unione europea deve essere un’unione di patrie», che «gli Stati uniti d’Europa sono una follia». Non è solo euroscetticismo, è qualcosa di più: xenofobia quando si discute di flussi migratori, autoritarismo che smantella lo Stato di diritto quando deve riaffermare il proprio potere; sovranismo che calpesta i principi fondanti dell’Unione e bada solo a incassare i fondi comunitari indispensabili per sostenere l’economia nazionale.

Sì, perché la deriva è tutta politica. Mentre l’economia dei Paesi dell’Est resta agganciata agli scambi e agli investimenti occidentali. In alcuni casi, come per la Slovacchia o la Repubblica Ceca, quasi completamente integrata nella grande fabbrica tedesca. Ed è la ripresa dell’Europa occidentale a rafforzare la corsa del Pil della Polonia o dell’Ungheria. La loro principale preoccupazione in questa fase riguarda il nuovo budget Ue, cioè la redistribuzione dei finanziamenti dopo il 2020. Mentre guadagnano consensi con le rivendicazioni nei confronti delle economie più ricche: nell’Europa dell’Est il Pil pro capite non raggiunge i 10mila dollari annui, fermandosi a un quarto della media dell’Eurozona.

Il populismo e il nazionalismo esistono evidentemente anche nell’Europa occidentale. Ma comandano già - assieme o disgiunti - a Budapest, a Varsavia, a Praga, anche a Belgrado. E potrebbero farlo presto a Bratislava. «Gli immigrati vogliono portarci via la nostra patria, la nostra Ungheria», ripete Orban nei comizi di questi giorni, attaccando anche i poteri forti globali del «nemico della patria George Soros». Le elezioni del prossimo 8 aprile saranno un nuovo successo per il leader magiaro che per non perdere voti a destra ha inglobato anche numerose proposte dello Jobbik, il movimento razzista e ultranazionalista. La deriva dell’Est potrebbe essere solo all’inizio. E l’Europa in questo momento non sembra avere i mezzi per fermarla.

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