oltre i pir

Non solo Pir, allargare la platea di investitori sulle Pmi

di Christian Martino

(Agf)

3' di lettura

I Piani individuali di risparmio, i Pir, sono stati un grande successo in questo primo anno e mezzo di vita. Come dimostra anche l’osservatorio mensile di Plus24, la raccolta continua a salire (ha superato i 14 miliardi), anche se i costi rimangono sempre alti (le commissioni di ingresso, per esempio, arrivano a toccare anche il 5,5%). Ma i Pir, che hanno spinto il risparmio degli italiani verso le Pmi, restano purtroppo oggi un primo passo, isolato, del Regolatore nel tentativo di stimolare gli investimenti a lungo termine nelle aziende del nostro Paese.

Non solo. Nonostante la raccolta dei Pir sia stata inaspettatamente alta, ha avuto per ora ricadute marginali sull’economia reale. Le somme raccolte dai Pir nel 2017 sono state quasi esclusivamente investite in società quotate presso la Borsa di Milano, favorendo prevalentemente il rialzo delle quotazioni, anche a causa dell’ancora ridotto numero di Pmi presenti sul listino e in misura molto minore hanno aumentato la patrimonializzazione delle stesse: solo 11,8 milioni di euro sono stati raccolti in aumento di capitale sul segmento Aim Italia.

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Perché non è arrivata la tanto attesa spinta all’economia? Secondo diversi operatori i limiti imposti all’investimento in Pir (30mila euro annui, 150mila euro cumulati in 5 anni) per beneficiare dell’esenzione fiscale sui capital gain a 5 anni, spesso non rendono interessante l’investimento per chi ha grandi patrimoni: il private banking, ad esempio, che in Italia vede masse amministrate e gestite per circa 1.100 miliardi di euro, pari a oltre un terzo di tutta la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, vede questo strumento poco appetibile. Nel settore infatti il patrimonio individuale disponibile è in media di oltre 1 milione di euro.

«Per fare arrivare capitali a tutte le Pmi, anche quelle non quotate, bisogna introdurre - dice Fabio Brambilla, presidente di Assofintech – l’obbligatorietà di investire almeno il 5% in titoli illiquidi (come già accade in alcuni Paesi europei, come Francia per le assicurazioni) per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali».

La proposta di Assofintech – contenuta in una lettera inviata al Governo – e condivisa da Aifi e da Italia Startup, è quella di favorire la canalizzazione del risparmio privato, con particolare riferimento al private banking, verso il Venture Capital attraverso un regime di esenzione fiscale per i redditi diversi e per i redditi di capitale percepiti da persone fisiche residenti in Italia prodotti dagli Eltif, fondi che possono investire anche in strumenti finanziari non quotati in Borsa, emessi per lo più da piccole e medie aziende. La proposta prevede l’obbligo di investire almeno il 5% delle somme raccolte in Oicr (organismi di investimento collettivo del risparmio, quindi fondi e Sicav) che a loro volta investono in start-up innovative. Per ottenere l’agevolazione fiscale potrebbe essere introdotto un vincolo temporale di 5 anni dell’investimento e un limite individuale di 150.000 euro annui e 750.000 euro complessivi in 5 anni.

Una proposta che farà discutere, utile per le start- up innovative, ma che potrebbe anche essere allargata agli altri settori dell’economia reale, dove oggi il Venture Capital del nostro Paese mostra difficoltà e che vale solo l’1% dei finanziamenti privati alle imprese. In Italia si investe solo lo 0,005% del Pil in operazioni di venture capital, un sesto rispetto alla media europea. Nel 2017 gli investimenti in start-up in Italia sono stati pari a 137 milioni di euro rispetto a quasi 6 miliardi di euro in private equity e private debt. Gli asset illiquidi, è bene ricordarlo, sono rischiosi per i risparmiatori retail. Ma ampliare la platea di degli investitori sulle Pmi, soprattutto coinvolgendo quei soggetti che dispongono di maggiori risorse finanziarie, potrebbe far bene allo sviluppo economico delle Pmi e del Paese.

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