commentoLE CAUSE DEI DEFAULT

Non solo PopBari: i potentati locali veri killer delle banche

La vicenda della Banca Popolare di Bari è solo l’ultima di una serie di crack bancari che hanno avuto come teatro la provincia italiana e i legami tra credito e potentati locali

di Marco Onado

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4' di lettura

Un serial killer si aggira per l’Italia e elimina spietatamente una dopo l’altra le banche della nostra provincia. L’ultima vittima si chiama Banca Popolare di Bari, commissariata nei giorni scorsi dopo una lunga agonia caratterizzata dalla consueta alternanza di sinistri scricchiolii della condizione economica e patrimoniale, richiami severi ma inutili della vigilanza, proclami di risanamento sempre meno credibili. Come abbiamo imparato dalle serie televisive, per arrivare al colpevole bisogna studiarne il modus operandi, cioè farne il profilo. Nel nostro caso, abbiamo una serie inquietante di coincidenze.

Precise riccorrenze
Tutte, ma proprio tutte, le nostre crisi bancarie presentano le seguenti caratteristiche comuni: riguardano banche di provincia un tempo assai solide; sono state gestite da un management saldamente arroccato nella posizione di comando; hanno impostato negli anni felici programmi di espansione (quasi sempre con aggregazioni pagate a caro prezzo) assai ambiziosi; hanno gestito gli impieghi in gran parte in modo clientelare, non negando nulla agli amici e agli amici degli amici, spesso in spregio alla loro vocazione territoriale; hanno avuto nel top management personaggi quanto meno chiacchierati, anche all’interno della professione bancaria.

Le due verità
Questa preoccupante lista consente di individuare almeno due scomode verità. La prima riguarda l’azione di vigilanza, che pure è stata continua e ininterrotta, ma non è riuscita a cambiare rotta alla banca soprattutto perché i responsabili sono rimasti al loro posto. Infatti, sia Banca d’Italia sia Consob hanno adottato una strategia ritenuta sufficiente: sanzioni severe nei confronti del management e segnalazione alla magistratura dei molteplici aspetti di rilievo penale. Con una duplice ipotesi sottostante: da un lato che la governance della banca avrebbe preso provvedimenti nei confronti dei dirigenti sanzionati; dall’altro che spetta alla magistratura accertare se un reato è stato commesso e chi è il colpevole.

La prima ipotesi è irrealistica, la seconda frutto di un equivoco. Proprio perché tutte le banche in crisi erano espressione di potentati locali, le sanzioni sono passate come acqua fresca nel sonnacchioso comportamento dei consigli di amministrazione e non hanno mutato di una virgola (se non a babbo morto come si dice in Toscana) gli assetti di potere consolidati.

Per quanto riguarda il ruolo della magistratura è ovvio che spetta solo a essa valutare se un reato è stato commesso e chi è il colpevole. Il problema è che la banca è un’istituzione particolare a cui la legge richiede (in tutti i paesi, si badi) di essere gestita in modo sano e prudente. E a questo fine i dirigenti e gli amministratori devono passare un test di idoneità (essere fit and proper come si dice in inglese, mutuando termini dell’atletica) e possono essere rimossi dall’autorità di vigilanza. È ovvio che si tratta di poteri da esercitare con grande prudenza, perché di fatto vanno contro legittime delibere di istituzioni di mercato, ma è anche ovvio che la ragion d’essere della vigilanza sta nell’ipotesi che il mercato può fallire e che la mano invisibile può combinare pasticci orrendi.

La sanzione reputazionale
Non è cioè necessaria una condanna passata in giudicato per cacciare un dirigente dedito sistematicamente all’intrallazzo (fattispecie peraltro di scarso rilievo penale) o che sia pure a mezza bocca la professione stessa considera con molto sospetto. Il problema è che questi poteri in Italia non sono stati esercitati perché il regolamento sull’idoneità dei dirigenti giace da tempo nei cassetti del ministero delle Finanze, mentre i poteri di rimozione della Banca d’Italia sono stati delegati di fatto o alla governance della banca, cioè a un mercato inquinato, o alla magistratura.

La riforma delle popolari
La seconda amara verità è che il provvedimento sulle banche popolari che il governo Renzi aveva sbandierato come la grande riforma bancaria italiana è fallito: quattro delle banche vittime della crisi (Spoleto, Vicenza, Veneto Banca, ora Bari) erano nel gruppo ristretto delle istituzioni costrette d'imperio a trasformarsi in SpA. Come molti avevano subito sostenuto, si trattava di un provvedimento abnorme (l’uso del decreto legge che imbavagliava il dibattito parlamentare), tardivo e incongruo. Il problema era il mercato delle azioni delle popolari che era strettamente controllato, se non manipolato dagli stessi emittenti. Sarebbero stati sufficienti interventi su questo versante, di competenza soprattutto della Consob che avrebbe potuto insistere anche per adeguamenti sulla normativa in proposito riprendendo un tema che aveva sollevato fin dai tempi del Testo unico della finanza cioè 20 anni fa, salvo poi dimenticarsene.

Le responsabilità
Era questo il modo per intervenire alla radice del problema, senza creare uno scalino legale oltre il quale, per motivi sconosciuti ai più, la natura cooperativistica e il conseguente voto capitario vengono meno come l’incantesimo di Cenerentola che svanisce a mezzanotte.

Rimane il fatto che i primi responsabili delle tante, troppe, crisi bancarie locali vanno cercati nelle classi dirigenti delle ricche province in cui la crisi è maturata, che hanno tollerato o addirittura favorito forme di gestione del credito clientelare e imprudente, tanto da ignorare i molti e forti segnali che provenivano dall’attività di vigilanza. Le banche crollate erano tutte un bastione importante del potere locale. Le serie televisive ci dovrebbero aver insegnato a non confondere i killer con gli investigatori.

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