sviluppo bloccato

Non solo Tap, sono 342 le opere ferme per le proteste di piazza

di Carlo Andrea Finotto

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(Ansa)


3' di lettura

L’ultimo caso è freschissimo. Risale a ieri. La multinazionale britannica Rockhopper, ha avviato le procedure per rivalersi economicamente nei confronti dell’Italia. Motivo: l’impossibilità di sfruttare il giacimento di Ombrina Mare, in Abruzzo, di cui era titolare. Un giacimento a 6 km dalla costa, finito nel mirino dei “no triv” e del provvedimento del governo di fine 2015 che vietava lo sfruttamento di giacimenti entro le 12 miglia marine.

Ora la compagnia Rockhopper presenta il conto: la richiesta di risarcimento contro il Governo italiano, per violazione del trattato Energy Charter Treaty, potrebbe essere di molti milioni di dollari (si veda il Sole 24 Ore di ieri).

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Il caso Ombrina Mare fa parte dei 342 casi di sviluppo bloccato censiti dal rapporto annuale 2016 (a valere sul 2015) dell’Osservatorio Nimby forum. La multinazionale Rockhopper è in buona compagnia, con la Tap (Trans adriatic pipeline) tornata agli onori delle cronache in questi giorni, o la Tav Torino-Lione, o ancora la rete ad alta tensione in Val Formazza (Verbano Cusio Ossola) per l’interconnessione con la Svizzera: un’altra opera strategica che coinvolge anche le province di Novara e Milano.

I PROGETTI BLOCCATI

Numero di impianti per settore industriale (Fonte: Nimby Forum)

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Questi tre progetti sono tra i più osteggiati, secondo il monitoraggio del Nimby Forum, insieme all’impianto di co-incenerimento di rifiuti non pericolosi Terni Biomassa, di Terni, e al permesso di ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi denominato “Monte Cavallo”, di Shell Italia, in un’area che ricade tra Campania e Basilicata.

L’ultimo Osservatorio Nimby Forum ha censito 13 casi di sviluppo bloccato in meno rispetto al rapporto precedente. Ma non c’è da rallegrarsi.

Innanzitutto perché «il calo riscontrato è del tutto risibile» spiega Alessandro Beulcke, presidente dell’Osservatorio. E poi perché il calo è probabilmente ascrivibile «al progressivo abbandono dei progetti da parte delle imprese proponenti, che dirottano investimenti e risorse verso altre iniziative industriali, spesso fuori dai confini italiani» si legge nel rapporto.

Del resto lo scenario è disarmante, come sottolinea Beulcke. «Ricordo il caso della Shell a Priolo: solo per la presentazione del progetto e le procedure sull’impatto ambientale la multinazionale spese una trentina di milioni». Insieme a Shell anche Erg lancia la spugna e sfuma così un piano di investimenti di circa mezzo miliardo. E quello di Priolo non è neppure il caso più clamoroso: cinque anni fa, nel marzo 2012, proprio al Sole 24 Ore British Gas annuncia l’addio all’Italia e al progetto di rigassificatore a Brindisi. Troppi undici anni di lungaggini e una spesa di 250 milioni per nulla. Addio a un progetto da 800 milioni e a 1.100 occupati.

«Altrove, come in Francia ad esempio, le procedure durano 6-8 mesi, da noi invece servono anni – conferma Alessandro Beulcke –: un’azienda pensa di ottenere risposte sulle valutazioni ambientali entro 180 giorni (come dovrebbe essere), invece l’iter diventa spesso di 360 o più. E poi sono quasi automatici i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato da parte degli oppositori». Ricorsi che spesso finiscono in niente – come le decine contro le richieste di ricerche sugli idrocarburi, rigettate nei mesi scorsi –: «Si tratta sovente – sottolinea il presidente dell’Osservatorio – di ricorsi temerari che, però, non vengono sanzionati».

A sollevare le maggiori opposizioni sono soprattutto i progetti energetici (196 casi), poi la gestione dei rifiuti (130 tra discariche e termovalorizzatori), quindi le infrastrutture (strade e ferrovie). Un primato tutto italiano frutto di «lungaggini buracratiche, complicazioni politiche e un uso distorto delle informazioni, con una critica che raramente è costruttiva» spiega Beulcke. Il risultato di questo mix è che la politica spesso sceglie, soprattutto sui territori, di «assecondare la protesta. Mentre sulle opere strategiche dovrebbe decidere solamente il governo centrale. Il caso Tap è emblematico e oltretutto si parla di lavori di una banalità ingegneristica sconvolgente. Dall’effetto Nimby – sottolinea Alessandro Belcke – si sta passato al Nimto: not in my terms of office, non nel mio mandato».

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