NON SOLO TIM

Non solo Tim: perché l’Europa è diventata terra di conquista dei fondi attivisti Usa

di Andrea Franceschi

(REUTERS)

3' di lettura

Fondi attivisti sempre più attivi. Il gioco di parole è d’obbligo a leggere le statistiche di S&P Market Intelligence sulle campagne lanciate da questa categoria di fondi da inizio anno. Tenendo conto delle iniziative annunciate e di quelle portate a termine da inizio anno si contano ben 147 campagne di fondi attivisti. Il primo trimestre dell’anno in particolare è stato il più vitale di tutti i tempi con ben 104 iniziative censite a livello globale e ad aprile il trend si è ulteriormente intensificato con 43 operazioni censite finora.

I NUMERI DEI FONDI ATTIVISTI

Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati S&P Market Intelligence

I NUMERI DEI FONDI ATTIVISTI

Sotto la categoria degli attivisti ricadono quegli investitori, tipicamente fondi hedge ma non solo, che rilevano quote importanti in società quotate allo scopo di condizionarne la gestione facendo valere il loro peso in assemblea. Il fenomeno dei fondi attivisti è storicamente prevalente a Wall Street. Sia perché sono in gran parte americani gli investitori attivisti più famosi come decano Carl Ichan, Mario Gabelli del fondo Gamco o lo stesso Paul Singer, numero uno del fondo Elliott. Sia perché sono soprattutto americane le società interessate da campagne attiviste: l’80% delle operazioni censite nell’ultimo triennio.

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Se la Borsa americana è l’habitat naturale degli attivisti l’Europa è la piazza che sta crescendo di più. L’ingresso di Elliot nel capitale di Tim, quello del fondo Third Part del finanziere Dan Loeb nell’azionariato di Nestlè, così come l’interesse del fondo Rbr per Credit Suisse o il rastrellamento del 5% di Barclays da parte del finanziere Edward Bramson sono solo alcune delle operazioni più rilevanti registrate da inizio anno.

A partire dall’anno scorso i grandi fondi americani hanno iniziato a guardare con maggiore interesse alle società europee anche in ragione delle valutazioni più attraenti rispetto a Wall Street. Nel 2017 - stima Lazard - gli attivisti hanno investito circa 22 miliardi di dollari in Europa. Più del doppio di quanto in media avevano investito nel triennio 2013-2016. Il 27% delle campagne lanciate nel 2017 ha avuto come oggetto società europee e nel Vecchio Continente è finito il 35% del totale delle risorse investite. Il fondo Elliott di Paul Singer da solo ha investito 4 miliardi e 744 milioni di dollari in società quotate europee nel 2017. Una cifra a cui va sommata la partecipazione in Telecom che, alle attuali quotazioni di mercato vale oltre un miliardo e mezzo di euro.

Gli attivisti per loro natura sono investitori che puntano a condizionare le scelte aziendali. Come? Soprattutto facendo eleggere propri rappresentanti nei consigli di amministrazione delle società come punta a fare Elliott all’assemblea Tim. Nell’ultimo quinquennio - stima ancora Lazard - gli attivisti hanno conquistato 551 consiglieri nei board delle società quotate. Per fare cosa? Tutto ciò che serve a massimizzare il ritorno di investimento. Influenzando la politica di remunerazione degli azionisti; facendo pressione per aumentare dividendi e riacquisto di azioni proprie; oppure sollecitando operazioni di fusione e acquisizione o ancora influenzando la politica di remunerazione dei manager se non addirittura operando per la loro rimozione come recentemente successo alla Xerox dove presidente e ad si sono dimessi su pressione del finanziere Carl Ichan.

Per quanto possa sembrare strano il ritorno di investimento non è l’unica religione degli attivisti. Di recente infatti alcuni fondi come Trian Partners, Blue Harbour, Red Mountain Capital o ValueAct si sono distinti per aver influenzato le scelte di alcune delle società di cui sono azionisti nella direzione di un miglioramento della responsabilità sociale di impresa. Favorendo ad esempio una maggiore parità di genere all’interno dell’azienda oppure promuovendo un maggior rispetto dell’ambiente nelle politiche industriali.

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