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Non sparate su Bankitalia

di Giancarlo Mazzuca

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In clima elettorale si moltiplicano attacchi e dubbi su Banca d’Italia. La cui indipendenza andrebbe invece tutelata


2' di lettura

Fino alla nascita dell’euro, la cerimonia dell’assemblea annuale della Banca d’Italia, il 31 maggio, era davvero solenne tanto che i più autorevoli giornali l’avevano ribattezzata «la messa cantata». All’indomani della relazione, le parole del governatore venivano centellinate da tutti i quotidiani e le sue previsioni assumevano quasi il valore di un vaticinio dell’oracolo di Delfi. Erano davvero altri tempi perché oggi - a parte ovviamente la presenza della Banca centrale europea che ha relegato in secondo piano gli istituti centrali dell’area della moneta comune - l’autonomia di Bankitalia viene sempre più messa in discussione dal potere politico.

Non passa, ormai, giorno, infatti, che qualcuno del governo si metta a sollevare dubbi su Via Nazionale: prima le nomine ai vertici, poi le riserve auree che, come hanno ricordato vari esponenti della maggioranza, «appartengono agli italiani», quindi i tentativi di mettere lacci e lacciuoli a Palazzo Koch. Tanti segnali di accerchiamento che dovrebbero, comunque, far riflettere gli addetti ai lavori perché si tratta, comunque, di mettere a rischio un «enclave» della Repubblica. Il clima, anche per l’imminenza delle elezioni europee, si sta davvero appesantendo tra polemiche e bracci di ferro vari e non è certo un caso che, la settimana scorsa, lo spread sia tornato a salire: mai come in questa primavera, fredda solo dal punto di vista meteorologico, la Banca d’Italia dovrebbe, invece, continuare a essere la sentinella del mercato senza dover subire alcun condizionamento od attacco esterno. Secondo certi sovranisti, la necessità di mettere la museruola a Visco & C. avrebbe, invece, pure una ragione storica: la consapevolezza che il «divorzio» del 1981 tra Bankitalia, guidata allora da Carlo Azeglio Ciampi, e il Tesoro, retto a quei tempi da Beniamino Andreatta, avrebbe poi avuto risultati controproducenti, finendo per gonfiare ancor più il nostro debito pubblico e dando una spinta grandissima all’inflazione.

Ma, al di là delle diverse motivazioni, l’indipendenza dell’istituto centrale dovrebbe continuare ad essere un punto nodale per qualsiasi democrazia che si rispetti: per comprendere quale potrebbe essere la possibile involuzione, alcuni parlamentari di centro-destra hanno portato l’esempio della Turchia dove Erdogan starebbe minando l’indipendenza della banca centrale di Ankara in modo da abbassare i tassi d’interesse a fini esclusivamente elettorali.
Non tutti sono, però, così convinti che l’autonomia della Banca d’Italia sia veramente così sotto attacco. Lo stesso governatore Visco, affrontando l’argomento in febbraio, si era detto convinto che non ci fosse alcun rischio d’ingerenza e aveva, anzi, criticato quei dietrologi che non approfondiscono le loro opinioni. Troppo spesso, aveva aggiunto, ci si fermava «a titoli e slogan, a troll che ripetono ossessivamente tesi non veritiere». Mi chiedo se il «numero uno» di Bankitalia la pensi oggi ancora così.

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