AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùLE DISTANZE NELLA MAGGIORANZA

Non va disperso il “dividendo” dello spread

Come mostra con assoluta evidenza quel che è accaduto negli ultimi mesi, è la variabile politica a condizionare (in positivo o in negativo) una parte tutt'altro che secondaria dello spread. In sostanza, se i mercati percepiscono che le fibrillazioni politiche della scorsa come dell'attuale maggioranza possano mettere a repentaglio la stabilità del governo, chiedono al nostro paese un “extra” in termini di rendimento per compensare il rischio

di Dino Pesole

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Da sinistra a destra, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (foto Ansa)

3' di lettura

Circa 100 punti in meno di spread che spalmati sulla curva dei tassi portano a una minore spesa per interessi di circa 6 miliardi. È il dividendo da spread che dalla formazione del nuovo governo in poi fotografa il mutato clima dei mercati, degli investitori e di Bruxelles nei confronti del nostro paese.

Un anno fa il clima era di tutt’altra natura, con lo scontro frontale tra il governo Conte1 e la Commissione europea che si concluse solo poco prima di Natale con la retromarcia sul deficit (ricondotto al 2% rispetto all’iniziale 2,4%). È stato possibile evitare così la procedura d’infrazione.

Scenario che si è replicato a maggio scorso e questa volta la procedura d’infrazione è stata evitata grazie alle misure inserite nell’assestamento di bilancio di fine giugno (7,6 miliardi di correzione dei saldi 2019). Se dunque di dividendo si tratta, ed è una boccata di ossigeno per i nostri conti pubblici, tanto che la spesa per interessi scenderà quest’anno al 3,4% del Pil e al 3,3% nel 2020, rispetto al 3,7% del 2018, quel dividendo non va dissipato.

Come mostra con assoluta evidenza quel che è accaduto negli ultimi mesi, è la variabile politica a condizionare (in positivo o in negativo) una parte tutt’altro che secondaria dello spread. In sostanza, se i mercati percepiscono che le fibrillazioni politiche della scorsa come dell’attuale maggioranza possano mettere a repentaglio la stabilità del governo, chiedono al nostro paese un “extra” in termini di rendimento per compensare il rischio.

E così lo spread si impenna, cresce la spesa per interessi e gli spazi di bilancio (già esigui) per politiche fiscali orientate al sostegno della crescita e dell’occupazione si riducono ulteriormente. Le tensioni di questi giorni sulla manovra non sembrano per ora preoccupare più di tanto i mercati, ma il rischio evidentemente c’è e va evitato.

Come segnala il Rapporto di Confindustria sugli scenari macroeconomici di questo autunno, da metà agosto i tassi di rendimento dei titoli di Stato sono ai minimi storici: il rendimento del BTP decennale ha toccato lo 0,82% a inizio settembre, per rimanere poi su livelli di poco superiori, da 2,57% cento in media nella prima metà del 2019.

Il vantaggio in termini di minore spesa per interessi sul debito pubblico crescerà gradualmente, considerato che la vita media dei titoli pubblici è oggi di 6,8 anni. I minori tassi saranno incorporati man mano dai titoli in scadenza, e dunque l'effetto a regime si annuncia rilevante e potrebbe anche essere più sostenuto qualora lo spread scendesse ulteriormente dagli attuali 147 punti base per attestarsi almeno ai livelli che seguirono (ma solo per qualche settimana) le elezioni del marzo 2018, vale a dire attorno ai 120 punti base.

I minori tassi saranno incorporati man mano dai titoli in scadenza, e dunque l'effetto a regime si annuncia rilevante e potrebbe anche essere più sostenuto

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L’Italia – ha sostenuto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri - non è più percepita come un rischio per l’eurozona. Ma per consolidare questa posizione occorrono atteggiamenti e decisioni conseguenti. Le continue fibrillazioni politiche (normali in un governo di coalizione soprattutto quando si tratta di definire i contenuti della manovra di bilancio) se superano il limite di guardia possono arrecare danni seri ai conti pubblici.

I contenuti di una manovra che certo non ha ambizioni di spinta decisiva alla crescita, a causa dei 23,1 miliardi ipotecati per evitare che aumenti l’Iva, possono e devono essere potenziati e migliorati nel corso del dibattito parlamentare. Altra cosa è sottoporli a un tiro al bersaglio quotidiano per lucrare consensi nell’immediato.

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