editorialei primi passi di macron

Nord-Sud, questo modello di Eurozona va rivisto

di Sergio Fabbrini

5' di lettura

Superata l’euforia iniziale, la discussione sulle conseguenze della presidenza di Emmanuel Macron ha acquisito un carattere più realista. Certamente, quella presidenza potrà fare la differenza, in Francia e in Europa. Tuttavia, gli ostacoli non mancheranno, proprio perché la Francia ha mostrato di essere un paese radicalmente diviso. Come hanno scritto Claire Demesmay e Julie Hamann, su International Politics and Society, “sarebbe un mero auto-inganno interpretare quella vittoria come un voto per l’Europa, per il liberalismo, per il cosmopolitismo illuminato”. Per di più, nuove divisioni emergeranno, se Macron realizzerà il suo programma di liberalizzazione del mercato del lavoro e di razionalizzazione della amministrazione pubblica. Il maggiore sindacato operaio ha già convocato uno sciopero per luglio. Certamente il programma di investimenti pubblici che Macron intende promuovere potrà incrementare l’occupazione (la disoccupazione giovanile è già oggi al 25 per cento). Tuttavia, raramente si realizza un sincronismo tra politiche pubbliche di segno opposto, così da bilanciare con gli effetti positivi delle une le conseguenze negative delle altre.

Ma oltre alle divisioni interne alla Francia, vi sono divisioni esterne tra i paesi dell’Eurozona che ostacoleranno non poco l’azione europea di Macron (e di coloro che vogliono rilanciare l’Eurozona). E’ vero, come hanno scritto Francesco Trebbi e Guido Tabellini su questo giornale, che le divisioni interne ai singoli paesi sono forse più accentuate che la divisioni tra i paesi. Tuttavia, se si considerano le variabili strettamente politiche, la divisione tra gli stati del nord e del sud dell’Eurozona si è drammaticamente accentuata nel corso della crisi economica. Prendendo in considerazione i dati dell’Eurobarometro sul grado di soddisfazione nei confronti della propria democrazia nazionale e dell’Unione europea (Ue), Matthias Matthijs, in un articolo su Government and Opposition, ha mostrato come la soddisfazione dei cittadini nei confronti della prima, dopo dieci anni di crisi, diverge radicalmente tra gli stati del nord e del sud dell’Eurozona.

Al nord la soddisfazione verso la propria democrazia nazionale è addirittura incrementata (in Germania è salita dal 44% nel 2005 al 67 nel 2016, in Olanda dal 72% nel 2009 al 78 nel 2016), mentre l’opposto è avvenuto nel Sud (nel 2016, in Grecia la soddisfazione era al 17%, in Spagna al 33%, in Italia al 41%, in Portogallo al 44). Il differenziale tra i cittadini del Nord e del Sud, rispetto alla soddisfazione nei confronti della propria democrazia, era del 41% alla fine del 2016.

Lo stesso vale per la soddisfazione nei confronti della Ue. Nel 2016, poco più di un terzo dei cittadini degli Stati del Sud era soddisfatto della Ue, mentre negli Stati del Nord solo un terzo dei cittadini era insoddisfatto. Tale divergenza è confermata da altri indicatori, come il Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit, che si basa sulla valutazione di esperti. Secondo l’indice dell’Economist, se si considera il «funzionamento del Governo», i dati mostrano un deterioramento continuo nei quattro Paesi mediterranei, mentre nulla di simile è rilevabile nei Paesi del nord. Sia per l’Eurobarometro che per l’Economist, la Francia è (prima della crisi economica) un Paese assimilabile agli stati del Nord che si avvicina (dopo la crisi economica) agli stati del Sud.

Naturalmente questi dati vanno presi con le pinze, le opinioni dei cittadini non sono stabili e i giudizi degli esperti sono spesso pregiudizi. Tuttavia, sono confermati dalla rappresentazione elettorale di quelle opinioni. Negli Stati del Sud dell’Eurozona (Francia inclusa), quasi metà degli elettori sostiene o ha sostenuto forze politiche anti-europeiste, mentre negli Stati del Nord dell’Eurozona l’anti-europeismo è una forza rilevante ma contenuta. Secondo Matthias Matthijs, e diversi altri scienziati politici, la ragione di tale differenza va cercata nella natura delle politiche perseguite dall’Eurozona durante la crisi. Quelle politiche sono risultate più vicine agli interessi degli elettorati del Nord rispetto a quelli del Sud. Al punto che, se si considera il famoso trilemma di Dani Rodrik (secondo il quale c’è un’incompatibilità tra integrazione sovranazionale, democrazia e sovranità nazionali), si potrebbe dire che tale incompatibilità non si è manifestata negli Stati del Nord (che hanno potuto avere integrazione preservando democrazia e sovranità nazionali), mentre si è manifestata negli Stati del Sud (che hanno dovuto rinunciare alle ultime due per avere la prima).

È evidente che la sfiducia diffusa al Sud è dovuta al sentimento di insicurezza in cui si sono trovati i cittadini di quegli Stati. Ed è evidente che occorre promuovere politiche redistributive sia all’interno degli Stati che tra gli Stati, se si vuole rafforzare l’Eurozona. Ma per fare ciò è necessario mettere in discussione l’idea (che qualcuno ritiene sia una teoria addirittura scientifica) che la convergenza tra gli Stati dell’Eurozona debba avvenire sul modello di political economy degli Stati del Nord (e della Germania in particolare). Quel modello, per funzionare, richiede un’infrastruttura politica e istituzionale che non può essere esportata negli stati del Sud (Francia compresa).

Se così è, si può capire la ragione che ha spinto i ministri delle Finanze dei quattro Paesi mediterranei a firmare insieme, pochi giorni fa, un documento che propone di rivedere i criteri contabili utilizzati per la misurazione del cosiddetto output gap (il differenziale tra Pil attuale e potenziale), criteri che finora hanno penalizzato gli Stati del Sud rispetto a quelli del Nord.

Nondimeno, rivedere quei criteri, per quanto necessario, non è sufficiente. Occorre rivedere il modello su cui si basa l’Eurozona. Analizzando le risposte date dai singoli Governi nazionali a un questionario della Commissione europea in preparazione del documento dei Cinque presidenti del 2015, Bjorn Hacker e Cedrick Koch sono giunti alla conclusione, in un rapporto per la Friedrich Ebert Stiftung di Bruxelles, che vi è una chiara divergenza politica tra i Governi degli Stati del Nord (preoccupati esclusivamente della stabilità) e i Governi degli Stati del Sud (che richiedono invece di andare verso un’unione fiscale con un budget autonomo gestito da autorità politiche democratiche sovranazionali).

Se è vero che la divisione tra gli stati del Sud e del Nord è strutturale, allora occorre individuare un compromesso tra i loro legittimi interessi. Ciò non significa, giusto per essere chiari, che gli Stati del Sud (e prima di tutto l’Italia) possano fare a meno di ridurre drasticamente il loro debito pubblico, di razionalizzare radicalmente la loro struttura amministrativa e di rappresentanza degli interessi e di incrementare la produttività del sistema economico. Significa, però, che non si può pensare di preservare un modello di Eurozona che assume la convergenza come un processo di assimilazione del Sud nello schema del Nord.

Per questo motivo, non appaiono incoraggianti le reazioni di Berlino alla vittoria di Macron. Il cancelliere cristiano-democratico, Angela Merkel, ha subito sottolineato che la Francia dovrà fare le riforme strutturali «per il suo bene e non già perché richieste dalla Germania». Addirittura incomprensibili sono risultate le dichiarazioni del leader socialdemocratico Martin Schulz, il quale ha precisato che l’eccessivo surplus commerciale del Paese non è un ostacolo alla stabilità dell’Eurozona, «come ritengono i nostri partner», tra cui la Francia. La Germania deve invece alzare lo sguardo per rendere possibile un compromesso tra le due visioni dell’Eurozona. Il futuro politico di quest’ultima richiede, al Sud, di rivedere i conti e, al Nord, di rivedere le idee.

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