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Questo articolo è stato pubblicato il 09 agosto 2011 alle ore 10:17.

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Nella riunione di oggi dei tecnici richiamati a Roma dal ministro Giulio Tremonti per mettere a punto i dettagli dell'«operazione anticipo» della manovra si parlerà anche di pensioni. Non ci sono conferme ufficiali, naturalmente. Ma più fonti ieri convergevano sia sull'ipotesi di modifiche alle misure appena adottate per rafforzarne l'impatto sui saldi sia sull'ipotesi del varo di nuovi interventi strutturali.

La novità assoluta riguarderebbe in particolare gli assegni di anzianità. Un intervento sul meccanismo delle quote (fissate fino a fine 2012 a 96 con almeno 35 anni di contributi per i dipendenti e a 97 per gli autonomi) potrebbe consentire in 3-4 anni un vero e proprio blocco dei ritiri anticipati, con l'allineamento dell'età ai 65 anni necessari per la vecchiaia. I risparmi potrebbero arrivare a una minore spesa per 1,6-1,8 miliardi l'anno in pochissimi anni con il raggiungimento di «quota 100», vale a dire 64 anni di età e 35 di versamenti più la finestra mobile e i tre mesi di aspettativa di vita nel 2015 per i lavoratori dipendenti.

A questo passaggio strutturale, capace di produrre risparmi di portata ancora maggiore nel medio-lungo termine, si aggiungerebbero l'ulteriore anticipo dell'aggancio del momento del pensionamento all'aspettativa di vita (dal 2013 al gennaio prossimo) e un drastico avvicinamento della scalettatura prevista per l'aumento dell'età di vecchiaia delle donne del settore privato. Il primo ritocco non porterebbe fortissimi risparmi (attualmente con il via nel 2013 sono previsti 38 milioni il primo anno e 262 il secondo). Un vero calo della spesa previdenziale potrebbe arrivare, invece, dall'aumento anticipato della vecchiaia delle donne: l'attuale normativa fa partire l'adeguamento nel 2020 per arrivare a 65 anni nel 2032. Un avvio di questa gradualità già a partire dal gennaio prossimo, potrebbe garantire risparmi importanti e variabili a seconda della velocità con cui si porterebbe l'allineamento a 65 che, vale ricordarlo, per le dipendenti statali scatta l'anno venturo.

Ma ci sono almeno altri due interventi che potrebbero entrare nel nuovissimo «pacchetto previdenza» da mettere in piedi per garantire i risparmi che potrebbero non arrivare dalla riforma fiscale-assistenziale. Il primo riguarda gli assegni di reversibilità, il secondo toccherebbe invece l'attuale meccanismo di indicizzazione.
Sulle pensioni ai superstiti la manovra è già intervenuta con la cosiddetta «norma anti-badanti» voluta dalla Lega. Ora la stretta si potrebbe allargare per ridurre il numero degli assegni di reversibilità negli anni a venire o anche ritoccando le percentuali degli assegni attuali, calibrati su diverse fasce di reddito. Le pensioni di reversibilità italiane, come è stato ricordato con una certa enfasi in questi ultimi giorni, sono tra le più generose d'Europa e con i 5 milioni di assegni pagati annualmente dall'Inps valgono una spesa di circa 38 miliardi.

Infine le indicizzazioni. La manovra varata in luglio (legge 111/2011) prevede che ai soggetti con trattamenti pensionistici superiori a 5 volte il minimo non sia riconosciuta l'indicizzazione per il 2012 e il 2013, con esclusione della fascia di importo del loro trattamento fino a 3 volte il minimo, un segmento per il quale l'indicizzazione è riconosciuta nella misura del 70 per cento. Ebbene il congelamento potrebbe essere esteso anche agli assegni minori, fino a un blocco totale per i prossimi due anni. Quanto vale questa misura? Calcolando un'indicizzazione all'inflazione calcolata sull'indice Foi all'1,6%, la sola Inps dovrebbe pagare l'anno prossimo 2,6 miliardi di adeguamenti.

Fin qui le ipotesi sugli interventi che, per come sono configurati, troverebbero qualche difficoltà a essere sostenuti anche da una parte del Governo e della maggioranza. Un'opposizione ferrea arriverebbe invece dai sindacati e dal centro-sinistra. Ieri solo Giuliano Cazzola (Pdl) è intervenuto a favore di nuove misure sulle pensioni «per evitare che «la riforma dell'assistenza si traduca in macelleria sociale». L'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd) ha espresso un secco «no» a nuovi tagli e lo stesso ha fatto Maurizio Zipponi (Idv), mentre la Cgil, con Vera Lamonica, parla di «misure da respingere perché producono ingiustizie e approfondiscono le diseguaglianze».

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