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Questo articolo è stato pubblicato il 03 aprile 2013 alle ore 15:54.

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Tra i requisiti necessari per applicare alla cessione di partecipazioni detenute nel regime di impresa la cosiddetta Pex, cioè l'esonero da tassazione del 95% della plusvalenza conseguita, quello di più complessa attuazione, verifica e dimostrazione, è certamente il requisito di commercialità della partecipata. Più precisamente, affinché una partecipazione ceduta origini plusvalenze parzialmente esenti è necessario che la società partecipata svolga un'attività commerciale ai sensi della lettera d) dell'articolo 87 comma 1 del Tuir. Senza possibilità di prova contraria è ritenuta non commerciale l'attività di una società il cui attivo patrimoniale, valutato a valori correnti, presenti una prevalenza di beni immobili diversi da quelli utilizzati direttamente nell'attività produttiva o destinati alla compravendita. Al di là di questo dato, tuttavia anche società che non presentano la prevalenza di immobili non utilizzati direttamente possono non avere l'assoluta certezza di eseguire attività commerciale, poiché la mera circostanza che a causa del tipo societario scelto non possano che realizzare reddito d'impresa ex articolo 55 del Tuir non è in sé sufficiente per assegnare la qualifica di "attività commerciale" ai fini Pex. Questo è uno tra i problemi esaminati dalla circolare 7 del 29 marzo 2013 dell'agenzia delle Entrate: una ricognizione sul significato concreto dello svolgimento di attività commerciale, anche alla luce dei numerosi precedenti interpretativi.

Il punto di partenza è che lo svolgimento di attività qualificata d'impresa ai sensi dell'articolo 55 del Tuir è condizione necessaria ma non sufficiente: occorre un quid pluris per definire la commercialità ai fini Pex. In prima battuta si potrebbe dire che è necessario produrre ricavi rappresentati in modo prevalente non dal mero sfruttamento dei frutti derivanti dalla proprietà di alcuni beni (passive income), ma dall'esercizio di una attività effettiva nella quale i beni vengono organizzati dall'imprenditore per produrre reddito. Se invece l'impresa detiene un bene che, a prescindere dal suo inserimento nell'impresa, può produrre reddito se locato a terzi, siamo in presenza di quei passive income la cui prevalenza sugli altri ricavi determina la non sussistenza del requisito di commercialità.

Esercizio congiunto di attività commerciale e non
Naturalmente ricavi "commerciali" e passive income possono coesistere per cui, ai fini del raggiungimento del requisito di commercialità, occorre individuare una qualche relazione tra i due componenti di reddito. A questa problematica è dedicato il paragrafo 4 della circolare 7 , in cui si ricerca un criterio per definire quando siano prevalenti i ricavi commerciali sui passive income. Al di là della presunzione legale di cui all'articolo 87, lettera d) del Tuir, potrebbero esservi situazioni in cui pur prevalendo nell'attivo patrimoniale beni diversi dagli immobili non direttamente utilizzati, i ricavi siano in maggior parte rappresentati da passive income, il che farebbe ricadere la società tra quelle non commerciali.

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