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Questo articolo è stato pubblicato il 03 agosto 2014 alle ore 08:13.
L'ultima modifica è del 09 agosto 2014 alle ore 19:02.

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Il cammino (travagliato) del nuovo reato di riciclaggio, che va di pari passo con la voluntary disclosure, dà spunto per alcune riflessioni per rendere più efficace lo strumento. Premesso che la lunga gestazione indica la tortuosità della riforma e la mancanza di punti fermi, di respiro complessivo, davvero condivisi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: il tempo ha evitato di licenziare frettolosi testi inclini più a rincorrere posizioni demagogiche che reali bisogni di politica criminale.

Il consenso sociale, per l'appunto. Che fa rivivere l'antico dilemma del rapporto con la norma: quest'ultima lo insegue o lo forma, fungendo da guida e argine da derive pericolose? Nella criminalità tributaria, una normazione che non vada per slogan per ingraziarsi la base elettorale è fondamentale, ma resta esercizio retorico anziché prassi virtuosa.
L'autoriciclaggio, ossia il privilegio (odioso?) della non punibilità di chi commette il (o concorre nel) reato generatore della ricchezza da ripulire, ne è l'esempio lampante. Costruito mediaticamente come tabù da abbattere, favore ingiustificato alla delinquenza organizzata e ostacolo alle investigazioni dell'antimafia, si è gradualmente imposto sul tavolo tecnico del legislatore, che ha dovuto fare i conti con le esigenze del sistema. Dai princìpi in tema di postfatto non punibile alla dosimetria sanzionatoria. Curioso peraltro è come gradualmente si sia spostato il baricentro dell'autoriciclaggio dalla lotta alle mafie all'evasione fiscale, grazie anche all'allettante promessa di recuperare risorse in periodi di magra. Solo così si spiega il parallelo percorso di antiriciclaggio ed emersione dei capitali all'estero.

Dunque, l'emendamento Causi modifica l'attuale articolo 648-bis del Codice penale, eliminando l'incipit: «Fuori dei casi di concorso nel reato». Introduce inoltre un'attenuante, sul modello del pentitismo, per chiunque «si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del reato e per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori». Ma soprattutto esclude la punibilità nei casi in cui il riciclaggio sia necessario al rientro dei capitali.
La politica dello stick and carrot si concretizza nell'ok a chi regolarizza e nel bastone futuro a chiunque utilizzerà il denaro frutto di evasione anche solo spendendolo, non beneficiando più del beneficio di autoriciclaggio. Sulla carta sembra tutto in regola, ma non è così. In primo luogo, il difetto di coordinamento con l'articolo 648-ter, il reimpiego, per il quale resta l'esenzione da pena dell'autoreimpiego e non si prevede l'immunità temporanea, legata alla disclosure. Con l'effetto paradossale dell'evasore che fa rientrare quanto sottratto al fisco e lo investe nella propria attività, non punibile per riciclaggio, ma per reimpiego.

A sconfessare facili ottimismi, la neuroeconomia su base biologica rileva i meccanismi di orientamento alla base delle scelte dell'evasore-riciclatore. In estrema sintesi, è ormai un dato acquisito nella comunità scientifica l'iperattività di parti del cervello (lo striato ventrale) in conseguenza di prelievi fiscali dal conto dell'individuo testato. La sensazione di benessere provocata dalla stimolazione è tuttavia viziata non solo da neurotrasmettitori antagonisti, come la dopamina, ma dalla percezione individuale del significato sociale della contribuzione, e cioè della reale destinazione a scopi di pubblica utilità. Se certo non legittimano l'evasione, questi impulsi negativi condizionano pesantemente l'adesione a modelli etici e frenano la spinta all'emersione. La psicologia cognitiva ha del resto dimostrato che la perdita di una somma pesa nella mente del possessore più dell'analogo importo vinto. Che la riforma slitti a dopo l'estate è allora un'occasione di utile, ulteriore riflessione.

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