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Questo articolo è stato pubblicato il 15 maggio 2015 alle ore 06:39.

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La disciplina dello split payment è applicabile a tutti gli acquisti effettuati dalle Pa individuate dalla norma, nonché dagli altri soggetti individuati dalla circolare 15/E/2015, sia come consumatore finale, sia nell’esercizio di attività d’impresa, con adempimenti contabili diversi al fine di consentire il versamento con distinte modalità.

È condizione normale per tutti gli enti non commerciali operare acquisti totalmente inerenti lo svolgimento di attività commerciale e non (rispettivamente con o senza integrale diritto alla detrazione dell’Iva) o promiscuamente afferenti le due sfere di interesse.

L’Agenzia, nella circolare 15/E/2015 (e in materia di reverse charge anche nella circolare 14/E/2015), ha precisato che la Pa dovrà preventivamente comunicare al fornitore la quota parte del bene o servizio acquistato da destinare alla sfera commerciale, determinata con criteri oggettivi e così realizzare adempimenti distinti.

Alla quota parte del bene o servizio acquistato come consumatore finale, da destinare alla sfera istituzionale non commerciale, tornerà applicabile il meccanismo della scissione dei pagamenti anche laddove soggetto al regime del reverse charge (ad esempio pulizie).

Tale procedimento, in particolare in riferimento ai casi di reverse charge, introduce evidenti complessità nei sistemi di fatturazione dei fornitori (in particolare con l’avvento della fattura elettronica). La necessità, a carico del fornitore (e dei loro software) di dover distinguere all’interno della stessa fattura e per lo stesso cliente un trattamento Iva diverso ancorché per lo stesso bene o servizio unitario ed una gestione differenziata fra split payment, istituzionale o commerciale del cessionario e reverse charge per il commerciale (o non reverse charge per l’istituzionale), potrebbe non risultare concretamente attuabile in tutti casi.

Purtroppo, poi, dal lato dell’ente committente, la soluzione della distinzione preventiva è, nella realtà operativa, quasi del tutto inapplicabile in quanto sono sicuramente in netta maggioranza gli acquisti promiscui per i quali i criteri oggettivi non sono a priori disponibili e neppure conoscibili, ma realizzabili in genere solo a posteriori.

È indispensabile una semplificazione seppure nella piena garanzia del rispetto del limite della detrazione Iva.

Seguendo la linea di indirizzo dell’articolo 5 del decreto, ma astenendosi dal dover determinare in modo distinto a priori la quota commerciale e istituzionale, si potrebbe ipotizzare che le fatture per acquisti promiscui, in regime di scissione dei pagamenti o di reverse charge, vengano annotate per intero nel registro delle fatture di vendita, assicurando così tempestivamente il gettito dell’Iva nella sua interezza.

Le stesse fatture potrebbero essere annotate nel registro degli acquisti sospendendo inizialmente la detrazione dell’Iva relativa e procedendo alla detrazione dell’Iva solo nella misura determinabile in base a criteri parametrici stabiliti anche a posteriori, purché nei termini per godere dell’esigibilità dell’imposta.

Tale procedimento ha trovato un chiaro ed equilibrato precedente interpretativo nella risposta n. 7 della risoluzione n. 86/E/2002, rivolta ad un’Azienda del Sss.

È evidente che se non si confermano le pacifiche tesi interpretative stabilite per gli enti non commerciali, la rigidità del nuovo indirizzo rischia di creare un’ingiustificata limitazione del diritto alla detrazione Iva da parte degli enti che, per acquisti ordinariamente fino a ora oggetto di ripartizione con criteri proporzionali, saranno, per eccesso di prudenza, orientati a considerarli come integralmente istituzionali invece che promiscui.

Si devono rilevare però interessanti indirizzi di semplificazione per gli acquisti e piccole spese delle Pa, inerenti lo svolgimento dell’attività commerciale, che consentono la detrazione dell’Iva e la non applicazione del regime della fattura elettronica (si veda la tabella qui a fianco).

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