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La ripresa difficile

Scuola, lavoro, mobilità: gli ostacoli e le chance della «Generazione 90»

La percezione è diffusa, le statistiche ce lo raccontano e gli allarmi si susseguono. Gli ultimi quelli di Mario Draghi e di Tito Boeri: la preoccupazione del presidente della Bce è che l'attuale generazione di 25enni, pur altamente formata, vada perduta nella persistente mancanza di sbocchi professionali; per quello dell'Inps c'è il fondato rischio, per chi è nato negli anni 80, di non riuscire a ritirarsi prima dei 75 anni, senza contare le opportunità di lavoro che si sono disperse con l'allungamento della vita lavorativa necessaria per la maturazione dei requisiti.

Forse la pensione è l'ultimo dei problemi delle fasce giovani, alle prese con la ricerca di un'autonomia economica. Certo è che se l'Italia non è un Paese per vecchi (ma sempre più “di vecchi”), tanto meno sembra esserlo per i giovani. Non si possono negare alcuni vantaggi per i nati tra gli anni 80 e 90: le comunicazioni (grazie a internet e alle tecnologie), la mobilità anche internazionale (si pensi all'esplosione delle formule low cost), l'istruzione (con l'ampliamento dell'offerta didattica). Nondimeno oggi, per i giovani sui 25 anni, lo scenario, in alcuni punti, presenta tonalità più scure rispetto a quello in cui, alla loro stessa età, si sono trovati genitori e nonni.

Per non limitarsi al sentiment, «Il Sole 24 Ore» ha indagato su queste zone critiche con lo strumento delle statistiche, andando a confrontare la situazione attuale con quella degli anni 60 e 90 in sei ambiti significativi per le fasce giovanili, ambiti che idealmente accompagnano l'individuo nella sua vita, dalla nascita alla pensione: demografia, istruzione, famiglia, lavoro, redditi, previdenza. Per ciascun ambito è stata selezionata - tra i tanti - una serie di parametri (si veda l'infografica), che hanno riservato non poche sorprese.

Invecchiamento
Partiamo dall'identikit anagrafico. Oggi, dati Istat alla mano, si è assottigliato rispetto al passato il gruppo di persone che hanno tra i 20 e i 29 anni: se nel 1965 erano quasi otto milioni e nel 1990 oltre nove, nel 2015 si sono ridotti a 6,4 milioni. Effetto diretto, la contrazione della loro quota sul totale della popolazione: nel 2015 sono uno su dieci, mentre i nonni o i genitori - alla loro stessa età - erano circa il 16 per cento. In questo cinquantennio però sono migliorate le condizioni di vita e le possibilità di cura, con un allungamento della speranza di sopravvivenza: un uomo di vent'anni nel 1965 poteva ipotizzare di averne davanti altri 52 (56 una donna), mentre per suo figlio, ventenne nel 1990, l'orizzonte poteva allungarsi di altri 55 anni e per il nipote, della stessa età oggi, di 61.
Nel frattempo è però calata la “voglia” di fare figli, tanto che il tasso di fecondità si è dimezzato, passando dal 2,7 per mille del 1965 all'1,35 attuale. Invecchiamento della popolazione e minor numero di figli hanno ingrigito il palco su cui si muovono i giovani di oggi: l'indice di vecchiaia (numero di over 65 ogni cento bambini fino a 14 anni) è schizzato da 39 a 97 tra il 1961 e il 1991 e oggi è pari a 161.

Più istruiti ma con i genitori
Più chiome grigie, ma anche più diplomi e lauree nell'ultima delle tre foto che ritraggono nel tempo la popolazione italiana, a conferma di quanto osservato da Draghi: nel 1961 si censivano solo 603mila laureati (l'1,3% dei residenti), nel 1991 erano più che triplicati (due milioni, il 3,8% degli italiani). Stesso ritmo nei cinque lustri successivi: oggi sono il 13%, dato che comunque ci vede ancora indietro rispetto alla media della Ue a 28 (quasi il doppio).

Nell'anno accademico 1965/66 gli iscritti totali negli atenei non arrivavano a mezzo milione(l'8% circa dei 19-25enni); nel 1990 il numero dei ragazzi ai quali le famiglie potevano pagare l'università era quasi triplicato (1,4 milioni, il 21% dei 19-25enni). Oggi sono circa 1,7 milioni: quattro giovani su dieci frequentano quindi una facoltà. Cresciuta anche la partecipazione femminile: alla vigilia della contestazione studentesca le donne erano un terzo degli iscritti, oggi sono circa la metà.

In progresso anche il livello di istruzione secondaria: i diplomati sono oltre un terzo della popolazione (dal 4% censito nel 1961) e il tasso di scolarità (gli iscritti alla secondaria di secondo grado rispetto al bacino dei 14-18enni) è pari al 93% (dal 31% del 1965).

Ma al capitolo famiglia, gli aspetti negativi tornano a farsi sentire sulla “Generazione 90”. Oggi i nuclei si sono ristretti a 2,3 componenti (dai 3,6 del 1961). Ci si sposa meno, essendo sceso il tasso per mille abitanti da 7,7 a 5,6 nel 1990 fino al 3,1 attuale. Più spesso che in passato con rito civile (nel 43% dei casi contro l'1,3% dei nonni) e scegliendo più frequentemente la separazione dei beni. E ancora, si è innalzata l'età media a cui si arriva alle nozze, spia questa di quanto sia difficile ora mettere su famiglia: oggi è di 36 anni per l'uomo e di 32 per le donne, quando cinquant'anni fa era rispettivamente pari a 27 e 24. Ci si sposa più tardi e si ritarda l'uscita da casa: la quota dei 25-34 enni che ancora sta con i genitori è salita al 43%, contro il 10% dei loro nonni, “figli dei fiori” impegnati a smarcarsi velocemente dall'ambiente familiare.

Impiego, casa, pensione
Due generazioni fa (nel 1977, primo anno confrontabile in tema di mercato del lavoro) non era così semplice trovare un posto per mantenersi: il tasso di occupazione complessivo (46%) era inferiore rispetto a quello attuale (57%). Tuttavia, in riferimento alla fascia 15-24 anni, sfiorava il 34%, mentre oggi la percentuale risulta drammaticamente dimezzata (16,2%). Parallelamente è cresciuto il tasso di disoccupazione, dal 7,2% al 12% quello generale e addirittura dal 24 al 40% quello della fascia giovane.

E la casa? Pressione fiscale e prezzi a parte, gli italiani abitano prevalentemente in immobili di proprietà (dati di Scenari Immobiliari), quindi anche i giovani potranno almeno ereditare la casa di papà (ma forse non tanto presto, visto l'allungamento della vita media). Perché comprarsela, di questi tempi, non sembra alla portata di mano: ci vorranno circa cinque anni di redditi da lavoro dipendente per potersela pagare (come nel 1970, quando però c'era maggiore alternativa di abitazioni in affitto a prezzi abbordabili). Senza contare che il reddito pro capite disponibile in termini reali è sceso negli ultimi anni, comprimendo i consumi - si vedano le elaborazioni di Prometeia - e che ottenere un mutuo in banca è un percorso a ostacoli, soprattutto senza cedolino.

Infine, il capitolo “ritiro”: è sceso l'indice di copertura previdenziale, riforma dopo riforma si sono alzati i requisiti per l'accesso alla pensione ed è cresciuta l'aliquota contributiva per i lavoratori dipendenti. La sostenibilità dei conti e l'equilibrio sociale e demografico del sistema previdenziale sono le sfide più urgenti per il governo dell'economia e il rilancio del Paese. Ma per il giovane che oggi ha 25 anni, quello della pensione, di certo, è un traguardo che (adesso) non si pone.

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