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Condannato l’operatore del 118 che sottovaluta la gravità del caso

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Condannato l’operatore del 118 che sottovaluta la gravità del caso

(Fotogramma)
(Fotogramma)

È condannabile per grave negligenza l'addetto del 118 che - ricevuta la telefonata per un grave caso di crisi epilettica - non provveda tempestivamente a inviare un'ambulanza con medico rianimatore a bordo. Nella sentenza 40036 depositata ieri, la Corte di Cassazione stigmatizza la condotta di un operatore sanitario, colpevole di non aver valutato, sulla base delle informazioni disponibili e delle proprie conoscenze professionali, la gravità del caso che gli era stato sottoposto.

Protagonista della vicenda, un ragazzo catanese morto in seguito a un attacco epilettico: l'ambulanza che avrebbe dovuto salvarlo prestando le prime cure, si è infatti presentata con oltre trenta minuti di ritardo rispetto alla prima chiamata effettuata dalla madre del ragazzo, sprovvista di medico rianimatore e delle attrezzature adeguate per soccorrerlo.

A nulla è valsa l'insistenza della donna già nel corso della prima richiesta di aiuto: contravvenendo al protocollo sanitario che impone all'addetto del 118 di effettuare tutte le verifiche del caso per valutare la gravità del paziente, l'uomo ha invece scoraggiato l'invio di una macchina, assicurando che la crisi sarebbe rientrata da sola. Soltanto a fronte di una seconda chiamata che denunciava una crisi ancora in corso, l'uomo si è deciso ad inviare una macchina, anche se del tutto inadeguata rispetto alla situazione emergenziale che nel frattempo si era venuta a creare. Tant'è che per il giovane siciliano riverso a terra in preda alle convulsioni non c'è stato nulla da fare.

La colpa dell'operatore – stigmatizzano i giudici – è quella di non aver acquisito tutte le informazioni necessarie sulle funzioni vitali del paziente, così da poter valutare la gravità del caso. Ma c'è di più: come attestato dalla registrazione acquisita dai giudici, l'uomo ha fornito informazioni fuorvianti ed elusive rispetto alla richiesta di una ambulanza. “In tal modo - ribadiscono i giudici - la richiesta urgente di intervento, piuttosto che evolvere nella direzione invocata dalla madre della vittima (ovvero il soccorso immediato), veniva “paralizzata” dall'operatore, con un conseguente cambio di prospettiva”. Leggerezza e superficialità le accuse lanciate dai giudici all'operatore. Che di fatto può essere accusato – insieme con l'ospedale di riferimento, di “mancata presa in carico” del paziente.

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