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Anche se non cè mobbing, le «vessazioni» vanno…

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LAVORO

Anche se non cè mobbing, le «vessazioni» vanno risarcite

Esiste un principio di diritto secondo cui, pur ravvisando assenza di mobbing, il giudice è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati possano essere considerati di per sé vessatori e mortificanti e dunque tali da far scattare la responsabilità del datore di lavoro.
Lo ricorda la Corte di cassazione nella sentenza 19180/16, depositata ieri, prendendo in esame il caso di un dipendente di banca autoproclamatosi vittima di mobbing da parte dell’istituto.
Sottrazione delle mansioni, privazione degli strumenti di lavoro, eliminazione dalla lista dei docenti tenuti ai corsi di formazione e aggiornamento professionale, mancato avanzamento di carriera, soprusi e derisioni: lungo l'elenco delle accuse stilato dall’uomo nel ricorso presentato al Tribunale di Roma e che - secondo la sua ricostruzione - vedrebbero come unico responsabile un dirigente dimessosi nel 2002.

Contro la sentenza del giudice del lavoro che, nel 2006, aveva accolto parzialmente, l’impiegato di banca aveva poi presentato ricorso lamentando il mancato riconoscimento di alcune voci di danno e la quantificazione delle voci che invece erano state riconosciute (danno biologico, all’immagine e alla reputazione professionale).
Partendo dalla preliminare constatazione della «non provata esistenza del mobbing», la Corte d’appello di Roma ha ritenuto accertata l’esistenza «di un periodo di stasi» nell’attività lavorativa del ricorrente. Imputava però tale stasi alla fusione di cui era stato oggetto l’istituto, mentre proclamava la mancata acquisizione di prove sul fronte degli altri presunti danni lamentati dall’impiegato.
Per questo condannava la banca a risarcire il solo danno biologico.
Nel ricorso presentato successivamente l’impiegato di banca accusava la Corte territoriale di avere omesso di valutare se quei comportamenti, per quanto non contraddistinti da intento persecutorio, potessero essere considerati mortificanti e vessatori e come tali «ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro».
Nel ribadire invece la correttezza del principio invocato dall’uomo e quella del giudice di merito nell’applicare al caso tale principio, la Cassazione ricorda che le richieste risarcitorie sono state rigettate per una carenza di allegazione del danno-conseguenza patito dal lavoratore.
E pertanto dichiara inammissibile il ricorso.

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