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Divorzio, ecco le mosse per ridurre l’assegno all’ex

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dopo la sentenza della cassazione

Divorzio, ecco le mosse per ridurre l’assegno all’ex

Partono le richieste di revisione dell’assegno di divorzio dopo la sentenza della Cassazione 11504 del 10 maggio scorso (relativa al divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein), che ha mandato in soffitta il criterio della «conservazione del tenore di vita» per sostituirlo con quello dell’«indipendenza economica».

Ma è davvero così semplice ora, per il coniuge obbligato, ottenere la revoca o la riduzione dell’assegno di divorzio? Non proprio. La sentenza della Cassazione, nei fatti, rende meno scontato il riconoscimento del mensile perché lo subordina solo alla mancanza di mezzi adeguati e all’impossibilità di procurarseli (articolo 5, comma 6, della legge 898/70), sganciandolo dal «tenore di vita durante il matrimonio» che, tra l’altro, la legge sul divorzio non cita. Chi vuole agire per la revoca, quindi, deve provare che l’ex coniuge può mantenersi da sé o che potrebbe attivarsi in tal senso.

Una guida per decidere come muoversi, oltre che dalla recente sentenza, deriva dalla giurisprudenza degli ultimi anni. I giudici hanno infatti individuato alcuni casi in cui l’assegno può essere revocato o ridotto.

La sentenza del 10 maggio ha indicato quattro punti da tenere in considerazione per valutare l’autosufficienza dell’ex: i redditi di qualsiasi specie; i cespiti patrimoniali immobiliari e mobiliari; la capacità e la possibilità effettive di lavoro personale; la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

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Per convincere il giudice a revocare l’assegno, dunque, il divorziato potrà tentare di documentare il possesso, da parte dell’altro, di redditi o beni. Ma, se questi mancano, la partita si fa più complessa: non è semplice provare la capacità al lavoro del beneficiario o le concrete chance di trovarne uno. Dall’altra parte, per chi teme di perdere l’assegno, è consigliabile archiviare domande di lavoro, annunci o iscrizioni al collocamento, che attestino la buona volontà di rendersi indipendenti. Anche se la stessa Cassazione con sentenza 11538 dell’11 maggio scorso ha chiarito che a chi percepisce l’assegno non si può chiedere la prova dell’impossibilità di trovare lavoro, soprattutto se la non indipendenza si desume anche da altri fattori.

Finora, la giurisprudenza ha cancellato l’assegno divorzile, anche a prescindere dall’esistenza di «mezzi adeguati» per vivere, se il beneficiario ha avviato una stabile convivenza con un altro (Cassazione, 25528/2016), perché il divorziato rescinde così ogni legame con la vita precedente. Non solo: l’assegno è stato revocato anche in un caso in cui non è stata provata la natura amorosa del nuovo legame del beneficiario (Cassazione, 6009/2017). Secondo i giudici, inoltre, può ottenere la cancellazione dell’assegno anche l’obbligato benestante, se lo suggeriscono le altre condizioni previste dalla legge (Tribunale di Roma, 8 gennaio 2016), ma non basta la condizione di disoccupazione dell’obbligato, se ha altre fonti di reddito (Cassazione, ordinanza 10099/2016).

Fin qui la revoca. Nella partita sulla riduzione dell’assegno entrano invece gli altri criteri, da valutare in base alla durata del rapporto, dettati sempre dall’articolo 5, comma 6, della legge sul divorzio: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o comune e redditi. Ecco come li ha applicati finora la giurisprudenza.

I giudici hanno ridotto l’assegno alla divorziata che, tornando a vivere dai suoi, ha migliorato le condizioni di vita, mentre il coniuge ha perso il lavoro (Cassazione, 10787/2017). Cifra ribassata anche per la titolare di una modesta pensione sociale (Cassazione, 18092/16). E l’importo da pagare è stato ridotto anche per l’obbligato che ha avuto un figlio dalla nuova compagna e che quindi deve affrontare nuove spese (Cassazione 14521/2015). Infine, anche il crollo professionale dell’obbligato può essere un elemento che motiva la riduzione dell’assegno (Cassazione, 21670/2014), ma non se è avvenuto per sue scelte azzardate (Cassazione 14143/2014).

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IN SINTESI I CRITERI STABILITI DAI GIUDICI

SI ALLA REVOCA:
• il coniuge coabita con un altro partner, anche se manca la prova che tra i due vi sia, effettivamente, una convivenza more uxorio, apparendo legati, in società, solo da un'«affettuosa amicizia» (Cassazione, ordinanza 6009 dell'8 marzo 2017);
• il coniuge tenuto a pagare l'assegno ha consistenti disponibilità economiche e personalità discutibile, ma vengono comunque utilizzati (senza limiti) i criteri di legge per la riduzione (fino all'azzeramento) dell'assegno: condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, durata del matrimonio, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno o comune (Tribunale di Roma, sentenza dell'8 gennaio 2016)

NO ALLA REVOCA:
• il coniuge tenuto a pagare l'assegno è disoccupato e l'ex moglie lavora, ma l'uomo possiede molti immobili che gli consentono di mantenere un significativo standard di vita, mentre l'ex moglie svolge lavori umili e malretribuiti (Cassazione, ordinanza 10099 del 17 maggio 2016);
• gli ex hanno mantenuto in comproprietà la casa coniugale, che non produce reddito valutabile ai fini dell’assegno (Cassazione, ordinanza 8158 del 22 aprile 2016);
• il coniuge beneficiario dell'assegno è lavoratore saltuario e “in nero” (Cassazione, ordinanza 4175 del 2 marzo 2016)

SI ALLA RIDUZIONE:
• l’ex moglie se è tornata a vivere dai genitori e per questo non ha subito un peggioramento delle condizioni di vita e l'ex marito, obbligato a versarle il mensile, ha perso il lavoro e ha difficoltà ad adempiere l'obbligazione (Cassazione, ordinanza 10787 del 3 maggio 2017);
• all'ex moglie viene riconosciuta la pensione sociale. Il fatto che la beneficiaria possa contare su un reddito fisso, seppur modesto, è motivo per un nuovo vaglio delle condizioni economiche delle parti (Cassazione, sentenza 18092 del 15 luglio 2016);
• l'ex coniuge tenuto a pagare l'assegno ha un figlio dalla nuova compagna. Va disposto – dovendosi soppesare i diritti acquisiti con le esigenze del nuovo nucleo familiare (Cassazione, sentenza 11438/2014) – il riesame delle condizioni economiche degli ex coniugi (Cassazione, ordinanza 14521 del 10 luglio 2015);
• l'ex tenuto a pagare l'assegno ha perso il lavoro (Cassazione, ordinanza 21670 del 14 ottobre 2014)

NO ALLA RIDUZIONE:
• le difficoltà economiche dell'obbligato sono state causate dalle sue scelte poco oculate, come un acquisto immobiliare inopportuno. Peraltro, l'ammontare dei redditi dell'ex coniuge, raggiunto da un accertamento di evasione fiscale, era presumibilmente superiore a quanto dichiarato (Cassazione, ordinanza 14143 del 20 giugno 2014).

SI ALL’AUMENTO:
• la richiesta è motivata solo dalla crescita dei figli e dal mutare dei loro bisogni. Per far salire l'importo si esige una valutazione di quanto, concretamente, occorra ai figli, da parametrarsi all’aggiornata situazione economica dei genitori (Cassazione, ordinanza 8151 del 22 aprile 2016);
• la domanda è basata sull'incremento delle spese derivanti dal trasferimento dei figli in una facoltà fuori sede, ma i figli stessi hanno redditi saltuari, derivanti da borse di studio e lavori estivi o collaterali allo studio (Cassazione, ordinanza 439 del 14 gennaio 2016);
• l’ex marito riceve una cospicua eredità; i giudici aumentano l'assegno per i figli ma non quello per l'ex moglie (Tribunale di Roma, sentenza 581 del 2015)

NO ALL’AUMENTO:
• l’ex coniuge, oltre a lavorare in un'impresa affermata e a disporre di una sua casa, si dedica a passatempi costosi, come la caccia e la guida di auto potenti, mentre l'ex moglie, malata, è lavoratrice saltuaria nel settore agricolo (Cassazione, ordinanza 2574 del 10 febbraio 2015);
• l’assegno è l'unica entrata della ex coniuge beneficiaria che, per età, non è più idonea a iniziare a lavorare (Cassazione, sentenza 19000 del 10 settembre 2014)

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