Norme & Tributi

Dal Fisco una mano tesa poco credibile

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L'Analisi|Fisco & Contabilità

Dal Fisco una mano tesa poco credibile

I deludenti risultati finora ottenuti dalla seconda edizione della voluntary disclosure dipendono solo in parte dai costi e dalla procedura. Derivano probabilmente, da cause più complesse.

La principale di queste cause è che è venuta meno la spinta degli intermediari dei Paesi divenuti collaborativi; nella prima edizione i clienti italiani sono stati sostanzialmente obbligati dalle banche estere a regolarizzare la loro posizione o chiudere i conti. Oggi le banche dei Paesi collaborativi, avendo effettuato le verifiche necessarie per alimentare lo scambio automatico d’informazioni (Crs), hanno formale evidenza del fatto che tutti i loro clienti residenti in Italia si avvalgono di una fiduciaria o compilano il quadro RW. L’area grigia riguarda:

chi, pur avendo mantenuto la residenza in Italia, ha trasferito le proprie attività in Paesi non collaborativi prima della data di efficacia dei nuovi accordi sullo scambio d’informazione;

chi ha tempestivamente trasferito la propria residenza all’estero;

chi ha trasformato le relazioni bancarie in attività non finanziarie più o meno liquidabili;

chi detiene le proprie attività attraverso strutture opache che crede ancora immuni dallo scambio automatico d’informazioni o non interessate dalle norme italiane di contrasto alla pianificazione fiscale internazionale (controlled foreign companies, residenza, interposizione eccetera).

È difficile che la voluntary disclosure bis possa interessare questi “recalcitranti”, a meno che non abbiano urgente bisogno di utilizzare il patrimonio in un Paese collaborativo. È anche difficile che la legge possa essere modificata in modo da essere più attraente, se non altro perché non sarebbe giusto offrire ai ritardatari maggiori benefici rispetto a chi ha aderito nel 2015.

Probabilmente, per l'Amministrazione finanziaria, è semplicemente arrivato il momento di mettere a frutto l'importante archivio di informazioni generato dall'Anagrafe tributaria e dallo scambio d'informazioni, oltre che le competenze diffusamente acquisite dagli uffici delle Entrate anche grazie alla campagna del 2015-2016, dando in qualche modo per tramontata l'era delle voluntary disclosure.Ci sono poi altre cause a frenare l'emersione.

La riapertura della procedura, infatti, non sembra convincere neppure quelli più intenzionati a mettersi in regola, a causa del diffuso convincimento che non vengano offerte adeguate garanzie. Ad esempio, il fatto che la Guardia di Finanza stia contestando, a chi ha dichiarato nella relazione alla prima voluntary di aver prelevato contante dai conti esteri e di averlo speso in Italia, la violazione del divieto di passare la frontiera con denaro contante di importo pari o superiore a 10mila euro. E che questo avvenga pur non essendo in grado di documentare quanto denaro sia stato effettivamente trasportato a ogni passaggio. È un approccio per nulla rassicurante e alimenta il diffuso convincimento (e l'alibi) che ogni passo verso la trasparenza nasconda delle insidie.Questa esperienza fa meditare anche sulla voluntary del contante ( e degli altri non meglio definiti «valori al portatore»), descritta come la grande novità di questa riedizione, ma rimasta a quanto pare ancora priva di seguito.

Per accedere a questo tipo di regolarizzazione bisogna dichiarare ai professionisti, ai fini dell'antiriciclaggio, le modalità e le circostanze di acquisizione dei contanti e valori al portatore oggetto della procedura. Con molta probabilità, quindi, gli interessati confesseranno di aver trasferito – senza l'intervento degli intermediari – contante per importi pari o superiori al limite tollerato (attualmente tremila euro). La violazione dell'obbligo di trasferimento di contante per importi pari o superiori ai limiti vigenti nei vari periodi considerati comporta una sanzione amministrativa dall'1% al 40% e la voluntary bis non prevede alcuna forma di attenuazione di questa sanzione. Nulla di grave, se non fosse che i professionisti, avuta la notizia della violazione, per non incorrere in una sanzione amministrativa che va dal 20% al 40% della somma, devono riferirla al Mef, il quale lo comunica alla Guardia di finanza...

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