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Doppio parametro Ue per la frode Iva «grave»

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Doppio parametro Ue per la frode Iva «grave»

Le conclusioni dell’Avvocato generale Ue sull’interruzione della prescrizione dei reati in materia di frodi Iva (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri) se da un lato forniscono una interpretazione decisamente rigorosa secondo cui i giudici nazionali devono osservare i principi della sentenza Taricco e non quelli del Codice penale italiano, dall’altro sembrano risolvere una delle questioni più delicate: l’individuazione della frode Iva grave. Secondo la sentenza Taricco il

giudice italiano doveva disapplicare gli articoli 160 e 161 del Codice penale perché, fissando un limite massimo al corso della prescrizione, impediscono di fatto all’Italia di adempiere agli obblighi di tutela effettiva degli interessi finanziari europei.

Sono stati così individuati alcuni presupposti per disapplicare le norme e, segnatamente:

- sussistenza di una frode Iva, la quale senz’altro contrasta con gli interessi finanziari dell’Ue;

- gravità della frode che abbia cagionato un danno rilevante per le casse dell’erario.

La Corte di cassazione è ripetutamente intervenuta sull’argomento ritenendo, a seconda del caso specifico, alcune volte applicabili i principi della sentenza Taricco (sentenza 2210/2016), altre volte non applicabili (da ultimo, sentenza 4514/2017). I giudici di legittimità si sono concentrati sulla corretta individuazione di una frode Iva avente i requisiti di gravità richiesti dalla Corte Ue. È stato così escluso che l’omesso versamento Iva, anche per importi elevati, potesse considerarsi grave frode, mancando di fraudolenza, e ancora che l’utilizzo di fatture false per poche migliaia di euro potesse integrare la richiesta gravità. È evidente che in assenza di una oggettiva individuazione delle condizioni che fanno diventare una frode Iva «grave» si rischia una disapplicazione disomogenea dell’interruzione della prescrizione.

La Corte Ue sul punto non aveva chiarito se dovesse trattarsi di una gravità «qualitativa» (si pensi ad artificiosi, sofisticati comportamenti illeciti con evasioni di imposta non elevate), «quantitativa» (in cui rileva la somma evasa) o se necessitassero entrambe le condizioni. Nel caso di rilevanza «quantitativa» vi era poi da chiedersi se fosse necessario far riferimento a un valore assoluto o a

un valore percentuale. È evidente che l’evasione di 100mila euro può rappresentare il 1.000% del fatturato per chi ha dichiarato 10mila euro, ma l’1% per chi ha dichiarato 10 milioni. Come è altrettanto evidente che la sensibilità della «gravità» di una somma evasa possa variare in base all’ambito territoriale dell’evasore.

In assenza di definizioni, la Cassazione (per tutte, sentenza 12160/2017) aveva fatto riferimento al complesso dei criteri per la determinazione della gravità del reato contenuti nell’articolo 133, comma 1, del Codice penale: danno di rilevante entità, organizzazione, partecipazione di più soggetti al fatto, utilizzazione di “cartiere” o società-schermo, interposizione di pluralità di soggetti, esistenza di un contesto associativo criminale, numero e gravità dei diversi episodi di frode eccetera.

Ora invece l’Avvocato generale Ue fa riferimento, per individuare la gravità, alla proposta di direttiva dell’11 luglio 2012, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari Ue mediante il diritto penale (direttiva Pif), con la conseguenza che i reati oggetto di possibile interruzione della prescrizione devono contemporaneamente:

- avere un collegamento con il territorio di due o più Stati membri;

- comportare un danno di importo totale superiore alla soglia di 10 milioni di euro.

Alla luce di tale precisazione vi è ora da sperare che la Corte di cassazione applichi i medesimi canoni interpretativi (come ha fatto per la sentenza Taricco). In tal caso la dibattuta questione dell’interruzione della prescrizione si restringerà a pochi, delicati e importanti procedimenti.

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