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Perché deve decidere la Corte Ue sui «codici specchio» dei…

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Cassazione

Perché deve decidere la Corte Ue sui «codici specchio» dei rifiuti pericolosi

Con l'ordinanza depositata il 27 luglio 2017, n. 37460, la Corte di Cassazione, sez. III penale, ha rinviato ai Giudici europei di Lussemburgo la soluzione di come capire quando un rifiuto, codificato come “voce specchio o speculare”, sia pericoloso o meno, poiché contiene sostanze pericolose.

La Corte ha avuto un ragionevole dubbio sull'ambito di operatività del Regolamento Ue 1357/2014 e della decisione 2014/955/Ue, applicabili in tutti gli Stati membri dal I giugno 2015 (e richiamati dall'articolo 9, “Dl Mezzogiorno” in corso di conversione). Stante l'incidenza della questione sul profilo del fumus commissi delicti, il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Ue si è reso necessario da parte del Giudice di ultima istanza, ai sensi dell'articolo 267 TFUE.

I quesiti posti alla Corte di Giustizia Ue con il rinvio pregiudiziale sono i seguenti:
a) se la Decisione 2014/955/Ue e il Regolamento Ue 1357/2014 vadano o meno interpretati, per la classificazione dei rifiuti con voci speculari, nel senso che il loro produttore, quando non ne è nota la composizione, debba procedere alla previa caratterizzazione ed in quali eventuali limiti;
b) se la ricerca delle sostanze pericolose debba essere fatta in base a metodiche uniformi predeterminate;
c) se la ricerca delle sostanze pericolose debba basarsi su una verifica accurata e rappresentativa che tenga conto della composizione del rifiuto, se già nota o individuata in fase di caratterizzazione, o se invece la ricerca delle sostanze pericolose possa essere effettuata secondo criteri probabilistici considerando quelle che potrebbero essere ragionevolmente presenti nel rifiuto
d) se, nel dubbio o nell'impossibilità di provvedere con certezza all'individuazione della presenza o meno delle sostanze pericolose nel rifiuto, questo debba o meno essere comunque classificato e trattato come rifiuto pericoloso in applicazione del principio di precauzione.

La Corte ha accolto buona parte delle conclusioni del Procuratore generale, il quale però aveva posto le questioni con un maggior grado di dettaglio.
Soprattutto chiedendo di chiarire il concetto di “pertinenza” delle sostanze rispetto al processo produttivo. Cosa che il Collegio ha ignorato. I quesiti sono articolati, ma la domanda, fondamentalmente, è: come trovare la presenza delle sostanze pericolose e soprattutto di quali, di tutte o solo di alcune?

DOVE SI PRODUCONO PIÙ RIFIUTI
(Fonte: Istat)

Alla soluzione dei quesiti sono anche legate le sorti di numerose aziende che hanno subito misure cautelari, e la cui revoca da parte del Tribunale del Riesame di Roma è stata impugnata dalla Procura della Repubblica di Roma dinanzi alla Cassazione. La diatriba è risalente e, nel tempo, ha visto fronteggiarsi due scuole di pensiero: la prima (più velleitaria e ancorata alla legge 116/2015, ritenuta ancora vigente nonostante le nuove norme Ue) sostiene che l'analisi, per essere effettivamente rappresentativa, non deve essere quantitativamente esaustiva. Questo significa che vanno indagate tutte le componenti del rifiuto affinché, in percentuale, la somma algebrica delle porzioni analizzate copra una percentuale che, sommata a quella di concentrazione più bassa prevista per le sostanze pericolose, raggiunga nel complesso il 100% della composizione del rifiuto analizzato. Pertanto, poiché per alcuni parametri la legge 116/2015 fa dipendere la natura pericolosa dalla presenza di sostanze pericolose in concentrazione uguale o maggiore allo 0,1%, l'analisi è esaustiva solo se copre la percentuale residua, cioè il 99,99% del rifiuto analizzato. Se la percentuale sottoposta ad analisi è inferiore, opera la presunzione assoluta di pericolosità del rifiuto. Tale lettura, secondo i suoi fautori, segue il principio di precauzione.

Per la seconda (più realista e ancorata alle nuove norme Ue e all'articolo 178, Dlgs 152/2006 relativo alla fattibilità tecnica ed economica della gestione dei rifiuti, a sua volta richiamato dalle norme europee), invece, è sufficiente prendere in considerazione la ricerca di tutte le sostanze pericolose considerate ubiquitarie, o comunque molto comuni, e di tutte le eventuali sostanze specifiche, pertinenti con il processo di produzione del rifiuto.

Quindi, fermo restando che l'analisi è essenziale per la corretta qualificazione del rifiuto. Tuttavia, questa non è inesatta o falsa per il solo fatto che per i rifiuti “a specchio” non siano state verificate tutte le sostanze pericolose in astratto presenti nel rifiuto. Occorre invece verificare se l'accertamento, affinché sia attendibile per il caso specifico, rispetti i parametri comunitari di opportunità, proporzionalità e pertinenza, dando conto dei criteri di scelta nella ricerca delle sostanze pericolose in relazione ai cicli di produzione del rifiuto e della provenienza delle sostanze usate.

Per il momento, comunque, è tutto sospeso, in attesa che i Giudici comunitari si pronuncino sui quesiti sottoposti al loro giudizio.

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