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Sindaci a responsabilità piena

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Sindaci a responsabilità piena

Il collegio sindacale? Un ruolo effettivo che va esercitato con l’ampia autonomia e con i vasti poteri che le legge gli conferisce. Non sono ammessi alibi per dribblare le responsabilità di controllo, quali «la valutazione (ingannevole) dell’esperto indipendente», «l’erroneità o la fraudolenza delle informazioni ricevute dalla società» e neppure può, il sindaco, nascondersi dietro «la progressiva mutazione del ruolo da compiti di verifica “sul campo” a quelli di “alta vigilanza”» sulla correttezza formale dei documenti.

La Seconda civile della Cassazione, con la sentenza 20437/17 depositata ieri, torna a mettere paletti molto serrati sul perimetro della responsabilità del collegio sindacale, respingendo con motivazione molto analitica il ricorso di un professionista coinvolto nell’istruttoria Consob sul caso Unipol/Sai Assicurazioni (ma nello specifico i fatti riguardavano la società Milano Assicurazioni).

La Commissione, nel dicembre del 2013, aveva multato il ricorrente per 382mila euro, sommatoria delle sanzioni amministrative per non aver sorvegliato: sull’osservanza della legge e dell’atto costitutivo; sul rispetto dei principi di corretta amministrazione; sull’adeguatezza della struttura organizzativa della società, del sistema di controllo interno e del sistema amministrativo‑contabile; sulle modalità di concreta attuazione delle regole di governo societario (articolo 149 del Tuf).

Varie le lamentazioni del professionista sanzionato, dalla «impossibilità di avvedersi» di irregolarità «tali da imporre obblighi di intervento e segnalazione», alla «insussistenza di segnali d’allarme» circa l’illiceità di alcune operazioni, fino al via libera “scriminante” ottenuto dall’Isvap/Ivass su altre iniziative, e al parere pro veritate su ulteriori circostanze fornito dal Comitato di controllo interno. Infine, il ricorrente lamentava che le competenze del collegio sindacale sarebbero ormai evolute in “alta vigilanza” sulla correttezza documentale/formale degli atti di amministrazione societaria.

Argomentazioni difensive a cui però la Seconda civile ha risposto con una certa durezza, respingendole in blocco. Per la Corte, il sindaco non deve certo valutare la convenienza dell’operazione contestata (nello specifico, quella di Milano in via de Castilla), ma più semplicemente la sua «contrarietà agli elementari principi di regolare amministrazione» e la sua «rischiosità», valutazioni a cui il collegio di Unipol si era invece sottratto. Non solo, i sindaci della società controllante «sono abilitati dal 1° comma dell’articolo 151 del Tuf a rivolgere, anche individualmente, richieste di informazione direttamente agli organi di amministrazione e controllo delle società controllate», quindi non possono nascondersi dietro il paravento del “non potevamo sapere”, tantomeno del “non ce l’hanno detto”.

Ancora più a monte, la Corte spiega che la vigilanza dei sindaci impone «l’esercizio di un controllo sulla azione gestoria nel suo complesso, anche quando la complessa e articolata organizzazione aziendale preveda l’istituzione di specifiche funzioni di controllo e contabile interna», smontando così l’ulteriore alibi del ricorrente di aver riposato sonni comodi e tranquilli su altrui valutazioni “qualificate”. Non solo, la vigilanza del collegio sindacale deve essere ancora più accentuata sulle operazioni con parti correlate, dove spesso emergono «indici di elevata rischiosità». E tra l’altro, chiosa la Cassazione, è corretto far cadere la presunzione di colpa sullo stesso incolpato (in ambito amministrativo non valgono le regole penali) «sicché grava sull’agente l’onere della dimostrazione di aver agito senza colpa».

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