Norme & Tributi

La rivoluzione necessaria: pochi termini ragionevoli

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L'Analisi|fisco

La rivoluzione necessaria: pochi termini ragionevoli

È notizia di questi giorni la proroga del cosiddetto spesometro. A dire la verità, pochi dubbi c’erano al riguardo, se non quelli connessi ai termini della stessa. In effetti, quello appena trascorso, potrebbe essere considerato l’annus horribilis “delle proroghe”: dalla rottamazione delle cartelle alle liquidazioni periodiche, dai versamenti di imprese e lavoratori autonomi alla presentazione delle dichiarazioni, fino ad arrivare alla recente proroga della voluntary disclosure 2.0, un provvedimento che, di per se stesso, era una sorta di proroga, nel senso che riproponeva un’opportunità normativa già offerta ai contribuenti nel 2016.

A quando, allora, la prossima proroga? Forse, a presto, visto che già si vocifera di allungare i tempi per la cosiddetta rottamazione delle liti, con annessa riproposizione della rottamazione dei ruoli.

Una prima riflessione va fatta sulle concrete modalità con le quali vengono disposte le proroghe. È certo che sono quantomai odiosi quegli allungamenti dei termini proposti attraverso comunicati-stampa, peraltro, emessi nell’imminenza della scadenza e, a volte, anche successivamente. Ciò, molte volte, con il paradosso che il provvedimento formale di slittamento interviene anche dopo il termine di scadenza. Insomma, se anche diviene opportuno prorogare un termine, è certamente necessario operare recando meno danni possibili agli operatori che già si confrontano con una quantità abnorme di adempimenti.

Detto questo, non sfugge a nessuno che il nostro sia un ordinamento fiscale “proroga-dipendente”; ormai, in considerazione di quello che di frequente avviene, qualunque termine previsto da un provvedimento normativo viene immaginato, fin dall’origine, come “prorogabile”. In effetti, c’è una scarsa capacità del legislatore di comprendere, in anticipo, le reali capacità degli operatori di porre in essere tutte le attività collegate a un determinato termine. Tutto qui? Forse no, perché la necessità di prorogare si lega anche alla quantità eccessiva di adempimenti che gravano su contribuenti e consulenti, spesso chiamati a confrontarsi con obblighi sempre nuovi, che cambiano di anno in anno, senza soluzione di continuità. D’altra parte, che la proroga sia la regola e non l’eccezione è evidente se solo si pensa che, a fine anno, puntuale come gli auguri, arriva il decreto mille-proroghe; un provvedimento che, ormai, lungi dall’essere una disposizione di necessario ed eccezionale coordinamento, è divenuto una sorta di addendum alla legge di bilancio, ricco di correzioni, emendamenti e, a volte, prebende.

In effetti, la proroga non è la causa di un ordinamento tributario disordinato, ma è la conseguenza di una legislazione fiscale spesso incerta, quasi sempre incompleta e comunque caotica.

Cosa fare? Forse è arrivato il momento di fermarsi un attimo e “costruire” un provvedimento normativo, che, nella sua semplicità, sia davvero nuovo. Si tratterebbe, anche attingendo all’esperienza del passato, di riscrivere ex ante un calendario definitivo e credibile delle scadenze; fatto di termini che possono essere rispettati e che non debbano essere prorogati, salvo casi del tutto eccezionali. Si eviterebbe la fatica di tentare di rispettare una scadenza impossibile e lo stress di attendere una proroga che immancabilmente arriva all’ultimo minuto dell’ultimo giorno. D’altra parte, un provvedimento di questo tipo sarebbe anche l’occasione di fare delle scelte chiare e univoche in termini di legislazione sostanziale. Che senso ha prorogare, di anno in anno, la possibilità di rivalutare le quote societarie o i beni d’azienda? Non sarebbe più giusto individuare questa come un’opzione possibile a regime? Lo stesso vale per la voluntary disclosure: quali sono le ragioni per le quali viene riproposta solo dopo pochi mesi dalla chiusura della prima finestra di operatività dell’agevolazione. Più serio, forse, sarebbe estendere questa possibilità a regime, accompagnandola, magari, a una ancor più rigorosa azione di contrasto all’evasione fiscale transnazionale. Insomma, si tratterebbe di dare un piccolo ma decisivo contributo alla certezza del diritto e alla distensione dei rapporti tra Erario e contribuenti. D’altra parte non è una grossa richiesta. Si tratta di avere un quadro chiaro delle cose da fare e una ricognizione ragionata e stabile dei termini entro cui operare. Basta poco. No?

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