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Split payment, per chi va a credito serve un plafond

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verso la manovra

Split payment, per chi va a credito serve un plafond

Ci risiamo. Sembrerebbe che la nuova moda del Fisco “a misura di bancomat” si chiami split payment. Secondo quanto dichiarato in questi giorni da autorevoli esponenti dell’esecutivo, l’ultimo lascito di questa legislatura potrebbe essere una estensione della sua portata applicativa, non si sa bene a chi e con quali modalità. Per carità, l’intento è assolutamente meritevole: lasciare che l’Iva sia versata direttamente all’Erario dal cessionario/committente, quando questi è soggetto più affidabile della sua controparte, come nel caso della Pubblica amministrazione e dei soggetti a questa riconducibili. Per il cedente/prestatore è, però, una iattura: mentre non riceve l’imposta sulle vendite, è costretto a pagare quella sugli acquisti e a vivere la sensazione – ahimè poco invidiabile – di costante credito verso l’Erario. Come dire: lo split payment crea un problema alle tasche del cedente/prestatore nel dubbio che quest’ultimo possa essere un problema per le tasche dello Stato.

Per la verità, ai “condannati allo split” è assicurata una via prioritaria e più rapida nei rimborsi Iva. Si tratta, però, di una misura di bilanciamento poco bilanciata. Anche nelle più rosee aspettative di istruttorie realmente rapide ed efficienti, in attesa del rimborso permane la necessità di finanziare per svariati mesi il mancato pagamento dell’Iva da parte del committente. Lo Stato si finanzia, così, a tassi più bassi di quelli che i contribuenti sono costretti a riconoscere, a loro volta, ai propri finanziatori sul mercato. Peraltro, spesso, basta un contenzioso con l’Erario a bloccare sine die l’istruttoria del rimborso e a vanificare, nei fatti, l’attuale traballante contromisura legislativa alla iattura dello split.

Ben venga, dunque, l’impegno alla velocizzazione delle istanze di rimborso, di cui si legge in questi giorni, ma si permetta di dubitare del fatto che ciò sia realmente percorribile e, soprattutto, realmente risolutivo. In effetti, sarebbe possibile e anzi doveroso pensare a soluzioni più equilibrate come l’applicazione del reverse charge agli acquisti a monte di soggetti con operazioni attive interessate dallo split payment. Ad oggi, tale impostazione è in attesa di autorizzazione comunitaria per i soli consorzi di lavori pubblici, ma richiederebbe un’adozione generalizzata. Altra soluzione, forse anche più ragionevole, è quella di introdurre un meccanismo simile a quello riservato agli esportatori abituali, i quali, come i “condannati allo split”, presentano una cronica posizione creditoria verso l’Erario. Perché non estendere tale meccanismo ed escludere l’applicazione dell’Iva sulle transazioni d’acquisto fino a concorrenza di un plafond pari all’entità delle operazioni attive soggette a split?

Si obietterà che tali correttivi richiederebbero una necessaria condivisione in ambito comunitario. Non è un buon argomento per non tentare e, nel frattempo, esporre alla “strozzatura finanziaria” migliaia di imprese, con un effetto boomerang di riduzione della loro capacità di creare ricchezza e, dunque, di generare gettito. Continuando a raschiare nelle tasche dei contribuenti si rischia di svuotarle.

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