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Arriva il rinvio dello spesometro, ma restano i problemi

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L'Analisi|FISCO

Arriva il rinvio dello spesometro, ma restano i problemi

Dopo giorni di difficoltà per i contribuenti e a poco più di 72 ore dal termine del 28 settembre per la trasmissione con lo spesometro di una vera e propria valanga di dati (la stima parla di oltre 19 miliardi di informazioni) all’agenzia delle Entrate, l’amministrazione ha dovuto prendere atto che sarebbe stato impossibile che tutti i contribuenti riuscissero a inviare i dati in modo completo. Troppi i problemi di queste ore: dal blocco telematico all’obiettiva difficoltà dell’adempimento.

Come accaduto in passato, dunque, la soluzione è stata duplice: da un lato concedere un’ulteriore proroga “tecnica” al 5 ottobre e dall’altro prevedere che, laddove siano state riscontrate obiettive difficoltà, verrà valutata la possibilità di non applicare sanzioni per errori materiali se l’invio è avvenuto entro 15 giorni dalla scadenza del 28 settembre.

La fissazione di una nuova scadenza è peraltro espressamente giustificata dallo Statuto dei diritti del contribuente. L’articolo 9, comma 1 di questa - che dovrebbe essere una legge fondamentale del nostro sistema - dà, infatti, la possibilità di rimettere nei termini i contribuenti, nel caso in cui il tempestivo adempimento di obblighi tributari sia impedito da cause di forza maggiore.

A questo punto, e più in generale, dobbiamo, però, porre seriamente il problema sul rapporto fra la complessità di questo adempimento e l’effettivo utilizzo dei dati che saranno caricati nel sistema informativo del fisco.

Siamo appena reduci dal grido di dolore della Corte dei conti (delibera 11/2017/G del 26 luglio 2017) sul mancato utilizzo delle informazioni relative all’anagrafe dei conti bancari e delle relative movimentazioni.

Proprio le indicazioni della Corte di conti devono farci ricordare che nessun adempimento andrebbe posto a carico dei contribuenti, senza che ne sia chiaro l’utilizzo, che deve essere rendicontato con la stima dell’effettivo recupero di evasione che non si sarebbe altrimenti contrastata con gli strumenti già esistenti.

Tornando allo spesometro, il maggior numero di fatture da segnalare è rappresentato da quelle di importo bagatellare, basti pensare ai 10-12 euro per i pranzi di lavoro, per non parlare del Telepass (2,76 euro Iva inclusa). La maggior parte dei titolari di partita Iva (pensiamo al mezzo milione che se ne aprono ogni anno) non è adeguatamente informatizzata per una trasmissione dei dati (teoricamente) a costo zero.

Una legge dell’organizzazione aziendale, nota come 20/80, ricorda che il 20% delle informazioni, calcolate a numero, produce l’80% dei dati a valore. Il relativo corollario è che se si vuole elaborare il rimanente 80% delle informazioni, si lavora per portare a casa solo il 20% dei dati a valore. In altri termini l’impegno è cinque volte tanto per un risultato di poco superiore.

Lo spesometro in passato era ragionevole da questo punto di vista, in quanto consentiva di comunicare solo per totale le fatture sino a 300 euro registrate riepilogativamente, concedendo a coloro che tengono il registro dei corrispettivi di non comunicare i dati delle fatture incluse nel totale giornaliero. Forse si potrebbe mettere in questo caso un analogo massimale di 3-400 euro (non dimentichiamo che si tratta del possibile limite della fattura semplificata), perché occorre rendersi conto dell’impossibilità pratica nell’adempimento per un ristoratore che dovrebbe portare al professionista o al Caf qualche migliaio di ricevute fiscali che il cliente ha integrato manualmente per farle diventare fattura. Siamo sicuri che si riescano a leggere tutti i dati anagrafici, compresa la partita Iva?

Non occorrono indagini particolari per rendersi conto che nessuna di queste fatturine può essere utilizzata per porre in essere frodi, e in particolare quelle “carosello”, che si fanno quasi esclusivamente con gli scambi tra diversi Stati europei e per importi significativi.

Si parla tanto in questi giorni del futuro prevedibile obbligo di fattura elettronica nei rapporti tra contribuenti con partita Iva, che dovrebbe assorbire l’obbligo dello spesometro, in quanto tutte le fatture saranno canalizzate tramite il fisco. Ma se vogliamo rimanere con i piedi sulla terra è difficile immaginare che l’ormai mitica fatturina da 10-12 euro debba essere fatta dotando ogni ristoratore di un terminale sempre in rete con il sistema di interscambio.

Nel frattempo affrettiamoci a eliminarle dall’obbligo dello spesometro 2017, unitamente a quelle di importo ridotto, anche registrate a una a una in sistemi contabili, che per la maggior parte dei contribuenti arrivano al massimo a un file di excel.

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