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Voluntary disclosure, rientro deludente dei capitali italiani

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emersione volontaria

Voluntary disclosure, rientro deludente dei capitali italiani

Mentre sullo scacchiere del nero internazionale si svela l’ennesimo capitolo dei “papers”, il governo italiano sta iniziando a tirare le somme (deludenti) del secondo programma di rientro e di emersione volontaria dell’ ”extra” fiscale.

Chiusa formalmente il 2 ottobre scorso, la seconda tappa della voluntary disclosure (la prima fu nell’anno solare 2015) non pare destinata a raggiungere nemmeno lontanamente il target di 1, 6 miliardi di euro ipotizzato nella relazione del provvedimento, tanto che nell’aggiornamento del Def di inizio ottobre la stima di raccolta era già scesa a 850 milioni. Secondo fonti ufficiose - le Entrate hanno finora “blindato” ogni consuntivo sul tema - comunque sarà difficile anche arrivare a questo obiettivo dimezzato, ragionevolmente la proiezione oscillerà tra 5/ 600 milioni di euro, un terzo del previsto. Unica notizia positiva, il parziale flop non impatterà sui conti pubblici: il Mef ha infatti da tempo dirottato su altre voci il reperimento di fondi per la spesa pubblica.

Resta da chiedersi perchè, nonostante le stime circa la persistenza di almeno 120/130 miliardi in paradisi fiscali, la voluntary 2.0 finisca per raccogliere meno di un settimo del primo programma (che realizzò 4,35 miliardi su un imponibile emerso di 60 miliardi) e soprattutto pochissime nuove posizioni (16mila circa, poco più della metà delle stime). Secondo i professionisti/intermediari e gli analisti della materia, l’esito della vd 2.0 è l’effetto di troppi nodi irrisolti e/o mal affrontati nella disciplina della nuova emersione volontaria, che è risultata poco conveniente sotto vari punti di vista. A cominciare dalla questione cassette di sicurezza (cosidetta “emersione domestica”), dove si presume riposino varie decine di miliardi, per le quali è stata decisa una emersione rigida e costosa. Rigida perchè vincolata alla presenza di un notaio per la “campionatura” a verbale di contante, gioielli etc, costosa perchè - di fatto - la legge finiva per spalmare il valore sulle quattro annualità fiscali già chiuse (più la quinta in corso), determinando un pesantissimo ricalcolo delle imposte, anche di quelle già pagate.

Ma pure nel calcolo del periodo di accertamento (che è in sostanza la “prescrizione” delle pretese del Fisco) la nuova disciplina si è dimostrata più pesante della precedente del 2015 - e forse anche a rischio di costituzionalità - perchè ha tenuto agganciate le annualità 2009 e 2010, portando a 7 (+1) i periodi di imposta da sanare.

Questo percorso “a ghigliottina” ha indotto i (pochi) nuovi emergenti - che peraltro si sono risolti ad uscire allo scoperto solo perchè incalzati dagli scandali delle polizze Credit Suisse e dei Panama Papers - a preferire, semmai, la procedura classica del ravvedimento operoso, diventata persino più conveniente.

Ma il tema di fondo, sulla voluntary disclosure e sui suoi destini, è politico. Mentre la campagna di rientro del 2015, frutto di una lunga e controversa gestazione, era stata accompagnata da un grande dibattito pubblico, professionale, bancario (soprattutto sul versante svizzero) e parlamentare, la riapertura del cantiere è costantemente passata su un binario laterale, mai diventato strategico nonostante fosse chiaro ai più che fuori dal primo giro erano rimasti quasi esclusivamente i patrimoni di una certa consistenza (e anche quelli, non a caso, più “ingegnerizzati” nei paradisi offshore). Patrimoni, questi, a cui la minaccia della nuova rete mondiale di scambio di info fiscali (che riguarda 105 giurisdizioni , vale a dire i ⅔2/3 del pianeta) evidentemente non toglie il sonno.

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