Norme & Tributi

Investimenti, agevolazioni senza differenze

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analisi

Investimenti, agevolazioni senza differenze

(Afp)
(Afp)

Il trattamento fiscale agevolativo degli investimenti produttivi non può essere discriminato in relazione al soggetto finanziante: il fatto che il finanziamento a medio e lungo termine sia effettuato da banche o intermediari finanziari non può mutare il trattamento sul piano agevolativo, ossia l’applicazione dell’esenzione dalle imposte di registro, di bollo, ipotecarie e catastali e dalle tasse sulle concessioni governative anche alle operazioni degli intermediari finanziari.

La conclusione è tanto perentoria quanto necessitata: medesimo presupposto oggettivo e medesima ratio sottesa al beneficio e comune ad entrambe le fattispecie messe a confronto impongono tale soluzione.

La Consulta, con la sentenza 242, emessa il 24 ottobre e depositata il 20 novembre scorso, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 15, comma 1, del Dpr 601/73, in materia di disciplina delle agevolazioni tributarie, nella versione previgente alle modifiche della finanziaria 2008 (legge 244/07), «nella parte in cui esclude l’applicabilità dell’agevolazione fiscale ivi prevista alle analoghe operazioni effettuate dagli intermediari finanziari».

“Il trattamento fiscale degli investimenti produttivi non può essere discriminato in relazione al soggetto finanziante”

 

In tal modo, la Corte conferma la tesi delle Sezioni Unite della Cassazione, che avevano promosso l’incidente di costituzionalità con ordinanza del 3 giugno 2015 n. 335 / 15 (pubblicata in Guri n. 2, 1a serie spec., anno 2016), spiegando che a fronte del medesimo elemento oggettivo comune - finanziamenti a medio e lungo termine bancari o di intermediari finanziari – non può non corrispondere la medesima ratio, rinvenibile nel favor legis accordato agli investimenti produttivi perchè possono creare nuova ricchezza accrescendo il prelievo fiscale.

Il trattamento fiscale degli investimenti produttivi non può essere discriminato in relazione al soggetto finanziante.

Non si può non tener conto del fatto che il sistema si è evoluto da una fase in cui le banche erano gli unici soggetti attivi sulla scena dei finanziamenti a medio e lungo termine alla fase attuale in cui, in un contesto di pluralità degli operatori abilitati, l’esclusione degli intermediari non trova più ragionevole giustificazione, neppure invocando – come ha tentato di affermare l’Avvocatura dello Stato - l’esclusiva competenza delle banche alla raccolta del risparmio (articolo 47 della Costituzione), visto che l’agevolazione in questione riguarda il momento dell’erogazione del credito, rimanendo indifferente la modalità con cui è stata predisposta la provvista dal soggetto finanziante.

La Corte ribadisce che la discriminazione nel riconoscimento dell’agevolazione fiscale pone in essere « un’irragionevole e immotivata deroga al principio di eguaglianza e una contestuale violazione dell’articolo 41 della Costituzione sotto il profilo della libertà di concorrenza », che è una delle manifestazioni della libertà di iniziativa economica privata (Corte Cost. sent. 94 / 13).

La sentenza da ultimo depositata non lascia adito a dubbi, ritenendo che, dinnanzi alla coincidenza oggettiva dei prodotti offerti, l’esclusività del beneficio fiscale attribuito alle operazioni di finanziamento poste in essere dalle banche costituisce una discriminazione a danno degli intermediari finanziari e una distorsione della concorrenza nello specifico settore (articoli 3 e 41 della Costituzione).

Da ciò la rimozione dell’esclusività di tale beneficio a favore delle banche, poiché idoneo ad «assicurare ai prodotti offerti dalle banche un indebito vantaggio, in termini di appetibilità finanziaria, rispetto a quelli degli intermediari, che risultano gravati da maggiori oneri fiscali inevitabilmente ricadenti sul cliente e – per ciò stesso – influenzanti le sue scelte ».

La pronuncia segna il superamento di un diritto “vivente” che, in realtà, aveva sclerotizzato il riconoscimento dell’agevolazione fiscale in questione alle sole banche, aderendo ad un indirizzo esegetico che non poteva più essere sostenuto perché in conflitto con i parametri degli articoli 3 e 41, ritenuti vulnerati dalla stessa Cassazione.

Rimane da chiedersi, tuttavia, se a tale approdo fosse stato possibile pervenire mediante interpretazione costituzionalmente orientata delle norme, una volta che, dall’articolo 106, comma 1, del Testo unico bancario, è stato ampliato il novero degli operatori che pongono in essere le operazioni di finanziamento a medio e lungo termine.

In assoluto, è apprezzabile che la Corte abbia dimostrato il realismo di un interprete che sa leggere l’evoluzione delle fattispecie contrattuali e l’inadeguatezza di privilegi, fissati dal diritto vivente e divenuti, nella loro cristallizzazione, prima che illegittimi costituzionalmente, certamente anacronistici, in un mercato comune finanziario dove gli enti, a prescindere dal fatto che siano imprese di investimento o enti creditizi, sono direttamente concorrenti tra di loro e non possono tollerare distorsioni geneticamente correlate al diverso trattamento fiscale.

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