Norme & Tributi

Decide la Consulta sull’opposizione al pignoramento

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analisi

Decide la Consulta sull’opposizione al pignoramento

Deve essere sottoposta al sindacato di legittimità costituzionale la norma di cui all’articolo 57 del Dpr 602/73, che limita l’opposizione all’esecuzione avente ad oggetto la riscossione dei tributi al solo fine di opporre l’impignorabilità dei beni per contrasto con gli articoli 3, 24, 111 e 113 della Costituzione.

L’interessante e articolata ordinanza di rimessione del Tribunale di Trieste, in funzione di Giudice dell’esecuzione, è stata emessa il 28 marzo 2017, quindi pubblicata in Gazzetta Ufficiale, prima serie speciale, n. 35 del 30 agosto 2017.

La censura investe non solo la norma dell’articolo 57 sopra citato, ma pure, d’ufficio, anche l’articolo 3, comma 4, lett.a) del Dl 203/2005 nella parte in cui dispone che Equitalia effettua l’attività di riscossione mediante ruolo, con i poteri e secondo le disposizioni di cui al Dpr 602/73, assoggettando il procedimento di riscossione posto in essere da Equitalia anche all’applicazione della citata norma dell’articolo 57, con i limiti da essa introdotti.

Precisati i termini di rilevanza della questione, con riguardo al caso di specie (opposizione a pignoramento presso terzi promosso da Equitalia Spa e per altro sospeso in via di autotutela amministrativa, avente ad oggetto la riscossione Ici), al fine di scongiurare una pronuncia di inammissibilità, il Tribunale di Trieste, in funzione di giudice dell’esecuzione, evidenzia come l’articolo 57 sia all’evidenza da censurare sul piano della legittimità costituzionale.

La norma prevede, come noto, che non sono ammesse:

le opposizioni regolate dall’articolo 615 del Codice di procedura civile, fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni;

le opposizioni regolate dall’articolo 617 del Codice di procedura civile relative alla regolarità formale e alla notificazione del titolo esecutivo.

Se è proposta opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi, il giudice fissa l’udienza di comparizione delle parti avanti a sé con decreto steso in calce al ricorso, ordinando al concessionario di depositare in cancelleria, cinque giorni prima dell’udienza, l’estratto di ruolo e copia di tutti gli atti della esecuzione.

Il giudice a quo evidenzia che, nonostante la fondatezza dell’opposizione al pignoramento, per altro significativamente sospeso in via amministrativa, la norma dell’articolo 57 preclude una pronuncia sull’opposizione, impedendo l’opposizione medesima, con la sola possibilità di una tutela successiva rimessa ad un’istanza di rimborso di quanto ingiustamente percepito dalla Amministrazione Finanziaria e salvo il risarcimento del danno.

La giusta preoccupazione rivolta dal giudice remittente all’esaustività dell’ordinanza di rimessione – raggiunta pienamente dal Tribunale di Trieste – deriva dall’esigenza di evitare una pronuncia di inammissibilità da parte della Corte per omessa descrizione della fattispecie o per carenza di motivazione o per genericità di enunciazione della tesi e di carenza di motivazione da parte del giudice a quo.

I parametri costituzionali violati appaiono gli articoli 3 24,111, e 113 della Costituzione nella misura in cui l’articolo 57, applicabile alle riscossioni esattoriali promosse da Equitalia, in forza del disposto dell’articolo 3 del Dl 203/2005, non ammettendo la possibilità di opposizione all’esecuzione avviata per la riscossione delle imposte e tributi se non limitatamente alla pignorabilità dei beni:

crea irragionevole disparità di trattamento tra contribuenti (articolo 3 della Costituzione con riguardo all’articolo 2 del Dlgs 546/92), tra coloro ai quali è consentita la tutela verso gli atti dell’esecuzione esattoriale e coloro cui è preclusa;

impedisce al debitore opponente, in modo generalizzato e irragionevole, ogni possibilità di difesa, contro taluni atti dell’esecuzione tributaria (articolo 24 della Costituzione);

impedisce al Giudice dell’opposizione, in violazione del principio del giusto processo (articolo 111 della Costituzione), una pronuncia nel merito;

preclude al contribuente di tutelarsi contro un nutrito gruppo di atti della Pa, pur se lesivi della sua posizione giuridica (articolo 113 della Costituzione).

La manifesta ammissibilità della ordinanza di rimessione di Trieste si associa alla manifesta fondatezza della questione di legittimità costituzionale, offrendo finalmente alla Corte l’occasione per pronunciarsi chiaramente in tale senso.

Come noto, le deroghe tributarie al diritto comune sono legittime costituzionalmente in quanto ragionevoli, predicato – nel caso di specie – che non può essere confermato.

La necessità di un esame nel merito si confronta con una preclusione normativa che rappresenta solo un nuovo modo di essere della odiosa regola del solve et repete, mai definitivamente rimossa dal nostro ordinamento ma sempre latente e pronta a riemergere in nuove forme e con diverse modalità che hanno come unica evidenza la compressione immediata e attuale, quanto irragionevole, delle tutele del contribuente, immediatamente inciso da un esborso ingiusto, salvo rinvio ad un futuro auspicabile rimborso.

L’inquadramento costituzionale delle posizioni giuridiche soggettive, attive e passive, del rapporto tributario non può tollerare simile differimento di tutela, perché, una volta inciso, il contribuente potrebbe essere definitivamente eliminato dall’esistenza commerciale e imprenditoriale.

Il contribuente che ha indebitamente pagato, in altre parole, neppure potrebbe più ripetere quanto aveva versato.

Sarebbe, così, definitiva l’aberrante lesione dei suoi diritti soggettivi perfetti di fronte alla Pubblica amministrazione.

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