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Pietra tombale sulla pericolosità dell’amianto

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le sentenze della cassazione

Pietra tombale sulla pericolosità dell’amianto

Di amianto si muore. Con la sentenza di Cassazione 4560 depositata ieri (31 gennaio) la Cassazione ha sdoganato definitivamente l'effetto patogeno provocato dalla esposizione prolungata all'amianto e riconosciuto le responsabilità dei manager avvicendatisi alla guida della centrale Enel di Chivasso, in Piemonte, per la morte tra il 2003 e il 2006, di quattro dipendenti.

La diagnosi/verdetto, per tre su quattro, fu di mesotelioma pleurico.
Si chiude dopo dieci anni una vicenda giudiziaria spinosissima e costellata dai colpi di scena.

La Corte di appello - spiega la Suprema Corte - ha spiegato in maniera puntuale, senza alcuna smagliatura della trama logico-argomentativa, le ragioni per le quali gli imputati fossero nelle condizioni di conoscere, nel momento in cui avevano assunto l'incarico, gli effetti gravemente nocivi della esposizione all'amianto e di come essi fossero nelle condizioni per l'adozione di adeguate misure protettive, individuali e di contesto, quali la predisposizione di adeguati impianti di aspirazione, la dotazione di mascherine di protezione e di assicurare una puntuale formazione sui rischi dell'esposizione all'amianto: misure in realtà mai predisposte, se non a partire dagli anni Ottanta, dopo diversi anni di esposizione alla sostanza.

Una manchevolezza che configura reato, dal momento che la normativa in materia di lavoro obbliga il datore a mettere a disposizione dei dipendenti “i mezzi personali di protezione appropriati ai rischi inerenti le lavorazioni” e che non lascia spiragli alla tesi difensiva secondo cui, all'epoca dei fatti, gli effetti patogeni derivanti dalla esposizione ad amianto non fossero noti. D'altronde è principio consolidato di Cassazione l'assunto secondo cui la responsabilità del datore di lavoro in caso di morte o lesione del dipendente si configura anche in caso di omessa adozione di quelle misure imposte all'imprenditore dal Codice civile.

In questi lunghi anni di round giudiziari, si è tentato di sminare l'incidenza della “esposizione continuata” sulla genesi della malattia. Nel 2012 - erano gli anni del processo Eternit - fece scalpore l'assoluzione in appello, perché attribuiva la responsabilità dei decessi all'assunzione di una dose minima di fibra killer. Ma già la Corte di appello nel 2015 dichiarava superate le ormai “datate” tesi di Selikoff sulla cosiddetta trigger dose (o dose grilletto) e accendeva i riflettori su una letteratura aggiornata e prevalente che attribuisce al protrarsi della esposizione ad amianto l'aumento del rischio di mesotelioma o di altri tumori polmonari.

Ieri il timbro definitivo della Corte Suprema.

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