Norme & Tributi

I malanni dell’Irpef e le terapie elettorali

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L'Editoriale|tasse ed elezioni

I malanni dell’Irpef e le terapie elettorali

La flat tax, nelle sue molteplici declinazioni, è diventata sempre più terreno di disputa nella campagna elettorale. Partendo dalla suggestione di un’Irpef con aliquota fissa, si è sviluppato un confronto, spesso aspro, al quale va almeno riconosciuto il merito di aver riportato l’attenzione sulla necessità di ripensare il sistema attuale di tassazione dei redditi delle persone. Non solo perché il livello del prelievo è decisamente elevato. Ma anche perché l’Irpef, dopo oltre 40 anni di onorato servizio, ha smarrito la sua identità in termini di efficienza ed equità.

Non si tratta di una “scoperta” di questi giorni. La comunità scientifico-accademica ripete senza sosta da ben più di dieci anni che l’Irpef naviga in un mare di guai: la progressività funziona piuttosto male; le aliquote marginali effettive sono più alte di quelle nominali; la giungla di detrazioni e oneri favorisce l’erosione fiscale; troppe tipologie di reddito sono tassate con imposte sostitutive. E ancora: c’è l’anomalia degli “80 euro”; resta aperta la questione degli “incapienti”, cioè i contribuenti con reddito basso che non pagano imposta ma perdono anche le detrazioni; i continui interventi normativi hanno ingarbugliato sempre più il sistema.

Insomma, per chi vuole accettare la sfida, di “cose da fare” ce ne sono davvero tante. E i partiti? Come è facile immaginare, il marketing politico impone ai programmi elettorali di vendere messaggi molto semplici e solo raramente si vede la volontà di migliorare l’assetto e l’efficienza del sistema.

La verità è che quando ci si avventura nelle proposte (in genere approssimative) dei partiti, ci si trova a fare i conti con tante enunciazioni di principio – spesso di grande fascino e attrazione – alle quali manca sempre un po’ di realismo.

A partire dall’aspetto cruciale delle coperture finanziarie, senza le quali nessun intervento è possibile. Tutti i partiti puntano sulla riduzione del prelievo, seppure con ricette diverse: di volta in volta, l’accento è posto sulla classe media oppure sulla famiglia, sui figli e così via.

L'Irpef è la principale imposta del nostro sistema. Ha un gettito di 180 miliardi (dato entrate 2016), ai quali se ne aggiungono altri 16 per le addizionali. I contribuenti sono 40,8 milioni. Ora immaginiamo di voler “restituire” in media 1.000 euro all'anno a ciascun contribuente: fanno 41 miliardi. Decisamente troppo. Proviamo a escludere sia chi non paga imposta (sono 10 milioni e ipotizziamo che saranno sostenuti con altri strumenti) sia chi ha redditi sopra i 100mila euro (solo 440mila soggetti). Il costo sarebbe comunque di 30 miliardi. Mille euro non è un importo esagerato (purtroppo, lo è quando si deve maneggiare l'Irpef), ed è lo stesso livello di risparmio medio indicato nell'Irpef proposta dal M5s, salvo che lì si stima un costo complessivo pari a 13 miliardi. Mistero dei numeri.

Dove si trovano le risorse? Il mantra sono le tax expenditures. Supponiamo, non avendo altre indicazioni, che si stia pensando a quelle legate all'Irpef. In base agli ultimi dati, le detrazioni valgono 66 miliardi: 41,5 per lavoro e pensione, 12,7 per carichi di famiglia. La torta “aggredibile” si ridurrebbe quindi a una dozzina di miliardi, ai quali vanno aggiunti i 6-6,5 miliardi per gli oneri deducibili. Tutto si può fare, però non facciamo finta che sia una passeggiata. La domanda è semplice: si vogliono eleminare detrazioni come quelle su interessi passivi sui mutui, spese universitarie o sanitarie? Si può guardare al di fuori dell'Irpef: vero, ma si tenga presente che la fetta più rilevante di “sconti” riguarda l'Iva, che con le sue aliquote agevolate “costa” ben 41 miliardi. Chi vuole farne a meno?Poi la flat tax. C'è il progetto dell'Istituto Bruno Leoni, che si può o meno condividere, ma che indubbiamente è un progetto serio, con un approccio che va oltre le problematiche dell'Irpef, in una prospettiva di riforma complessiva, anche dello Stato sociale.

Poi ci sono le proposte dei partiti di centro-destra che, in verità, con quel progetto condividono solo nome. E non tanto per la differenza sulla misura dell'aliquota, tra il 15 e il 25%. Per i partiti il nodo delle coperture è considerato un “non problema”. E la progressività? Sarà garantita dalle deduzioni, sostengono alcuni. Il che può forse essere vero, ma non c'è dubbio che i vantaggi di una flat tax andrebbero ai redditi più elevati. Scelta legittima che però non può essere taciuta.Alle famiglie guarda la proposta del Pd, che punta a rafforzare il sostegno per i figli con una super-detrazione destinata a sostituire le detrazioni attuali e gli assegni familiari. È una proposta che, al di là dei contenuti, rilancia il tema più generale dell'Irpef come strumento per attuare forme di redistribuzione, quasi di tipo welfaristico. È corretto chiedere all'Irpef di diventare uno strumento per le politiche sociali?La risposta è che l'Irpef è un'imposta e deve fare, possibilmente bene, il suo lavoro. Che è già abbastanza complicato. I partiti stanno promettendo interventi mirabolanti, che sembrano destinati a rendere ancora più opaco il sistema. Il che non è positivo. L'Irpef ha bisogno di ritrovare la sua identità. Lo si faccia in modo coerente, sostenibile e lungimirante.

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