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Allontanamento di minori, la Cassazione spiega la condotta pregiudizievole

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la sentenza

Allontanamento di minori, la Cassazione spiega la condotta pregiudizievole

Si gioca tutta sul filo interpretativo della condotta pregiudizievole la partita che decide l'allontanamento - o meno - di un minore dalla casa familiare.
Ancora una volta la Cassazione si sofferma sull'ermeneutica giuridica di quest'espressione, prendendo in esame un caso avvenuto nelle Marche, dove una donna si è opposta al decreto con cui il Tribunale per i minorenni le ha negato l'affidamento della figlia.

Nessuna apertura da parte dei giudici della Suprema Corte che, con l'ordinanza 3262 del 9 febbraio, hanno definito pregiudizievole - nonostante i numerosi tentativi da parte della donna di smarcarsi - la condotta della madre. Condotta che - a detta dei giudici - è delineata in una serie di elementi inequivocabili quali il disturbo paranoide di personalità da cui è affetta - con scivolamenti in un pensiero psicotico e di marcato autoriferimento - e una serie di condotte ostative ed omissive, quali l'incapacità di seguire le indicazioni degli operatori del Servizio sociale e la indisponibilità a sottoporsi a trattamenti finalizzati a migliorare il suo afflato materno.

Inadeguata capacità genitoriale - questa la diagnosi - un deficit incompatibile con qualsiasi volontà di contribuire a un equilibrato sviluppo psico-fisico della figlia.

Nell'unico motivo di ricorso presentato dalla difesa, la donna aveva negato la presenza di gravi motivi e contestato lo stato di abbandono che le era stato imputato. Dichiarava, inoltre, di aver trovato una casa e un lavoro. Ma non basta, i giudici sono tranchant: «Quand'anche lo svolgimento di una attività lavorativa e la disponibilità di una abitazione dovessero risultare effettive, va osservato che non ne viene in alcun modo illustrata l'idoneità a riverberarsi positivamente sulla sua capacità genitoriale».

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